Un’antimafia che non distingue vittime e mafiosi: l’argine del Partito radicale

“Non è vero che la famiglia Mattiani sia prestanome della cosca Gallico di Palmi e che abbia reinvestito proventi illeciti”, scriveva il Tribunale per le Misure di prevenzione di Reggio Calabria nel 2013 mentre procedeva al sequestro di un vasto patrimonio personale e di aziende del settore turistico– alberghiero ( il residence Arcobaleno di Taureana di Palmi e il Grand Hotel Gianicolo di Roma ne erano il fiore all’occhiello). Secondo il sistema della giustizia preventiva antimafia, non c’era alcun paradosso. Perché per sequestrare e poi confiscare un patrimonio in seguito a indagini patrimoniali non serve dimostrare che l’imprenditore impieghi denaro della criminalità organizzata. Basta il sospetto di contiguità con la mafia e l’ipotesi che la dichiarazione dei redditi non collimi con il valore del patrimonio. Le norme e le prassi della prevenzione patrimoniale, dal 2011 raccolte e sistemate nel Codice Antimafia, lo consentono. Scriveva più tardi, nel 2016, lo stesso Tribunale, a conclusione del primo grado di giudizio, a proposito di Peppino Mattiani, capostipite della famiglia: “È vero che non sia mai stato nemmeno imputato per reati di mafia; è anche vero che il suo nome è comparso in un processo di mafia in quanto vittima di estorsione ai danni della sua azienda”. Tuttavia concludeva che l’anziano imprenditore meritasse la sorveglianza speciale prevista per i soggetti pericolosi “appartenenti” alla ’ ndrangheta e confiscava a lui e ai suoi figli l’intero patrimonio. E già, perché il Codice Antimafia impone il marchio indelebile della pericolosità sociale qualificata anche a chi, accusato in un processo penale, sia stato assolto; e, oltre i limiti del paradosso, nemmeno risparmia chi nel processo compaia come vittima di un reato. Basta che dalle carte balugini il sospetto che appartenga a una delle categorie bersaglio della prevenzione antimafia.

Nel caso di Mattiani, il Tribunale ha impiegato le parole del suo estortore intercettato mentre discuteva con il legale della linea difensiva da preparare per il processo. Tra le altre escogitazioni, il soggetto proponeva al suo difensore di sostenere che Mattiani gli avesse concesso di non pagare il prezzo del banchetto nuziale della figlia per gratitudine e non perché costretto. A dissuadere il Tribunale non era bastato considerare che i colloqui riservati con il difensore si intercettano e utilizzano solo neiPaesi autoritari in cui il processo penale non è presidiato da regole a tutela di diritti e

libertà dell’accusato, ma è ridotto a farsa autocelebrativa dell’autorità. Nemmeno era servito constatare che quella escogitazione difensiva fosse inverosimile e platealmente smentita dalla brutalità con cui era stata imposta all’imprenditore la “gratuità” del servizio.

La scorsa settimana si è scritta l’ultima pagina di questa storia calabrese, diversa da molte altre solo per il suo epilogo favorevole al cittadino, spossessato e oltraggiato nella sua reputazione dai devastanti effetti anticipati della prevenzione antimafia. Quasi 5 anni ha dovuto attendere la famiglia Mattiani perché una decisione di buonsenso, emessa dalla Corte d’Appello di Reggio Calabria, arrestasse la macchina diabolica. Ed ha dovuto attendere ancora da dicembre fino a fine maggio, giacché la restituzione dei beni era stata paralizzata, grazie a norma recentemente aggiunta nel Codice, dal ricorso per Cassazione della pubblica accusa. La quale ha sostenuto, inascoltata per ora, che non basta essere vittima accertata dell’estorsione, per evitare i rigori dell’antimafia: meriterebbe la confisca anche l’imprenditore che, evadendo il fisco, si procuri le economie per pagare il pizzo. Nella lotta alla ’ ndrangheta non si fanno prigionieri. Nessuna salvezza, nemmeno per le vittime.

Il caso ha voluto che nello stesso giorno in cui davanti la sesta sezione della Cassazione si decideva l’ultimo atto della vicenda, la cancelleria centrale della stessa Corte riceveva dal Partito radicale 8 proposte di legge di iniziativa popolare “per lo Stato di diritto, contro il regime” tra cui una riguardante la modifica del Codice Antimafia, rivolta a cancellarne i meccanismi oppressivi. Una proposta che, se in vigore, avrebbe evitato l’odissea ai tanti Mattiani del nostro Mezzogiorno, vittime dell’antistato prima e del rigore Antimafia dopo. Difficilmente l’iniziativa susciterà l’interesse che meriterebbe da parte di assemblee legislative in cui dilaga la presenza populista. Ma può essere comunque uno strumento efficacissimo per diffondere informazione e suscitare dibattito. E per incrinare le certezze del pensiero unico che affievolisce il libero confronto delle idee sul tema dei diritti mortificati in terra di emergenzaantimafia permanente.

di GIUSEPPE MILICIA*

* AVVOCATO DELLA CAMERA PENALE DI PALMI

Fonte Il Dubbio

Roma, 12 giugno 2018

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