“Ultimo” non prese Riina da solo. Ecco perché

IL CARABINIERE NOTO COME L’EROE CHE CATTURÒ IL BOSS “DIMENTICA” IL RUOLO DEL CAPITANO JANNONE E DEL MARESCIALLO LOMBARDO, CHE ISTRADARONO LUI E MORI.

Ultimo”, nome in codice del colonnello Sergio De Caprio, passato alla storia come l’uomo che ha arrestato Totò Riina, il capo dei capi, il 15 gennaio 1993. Un personaggio che negli anni ha fatto parlare molto di sé.

Capitano ultimo è forse un personaggio scomodo? O magari aver dato in pasto all’opinione pubblica l’idea che l’arresto del boss sia stato merito solo di Ultimo è solo una mezza verità?

Una versione mediatica che ne ha creato il personaggio, diventato poi vittima del personaggio? Ancora una volta De Caprio, nell’ultimo servizio televisivo sull’arresto del defunto boss, come ha già aveva fatto nel libro di Maurizio Torrealta, ha omesso di ricordare chi aveva avuto il merito prima di lui di circoscrivere l’ambito della ricerca.

Le cronache hanno più volte ricordato le indicazioni fornite al Ros dal maresciallo Antonino Lombardo, morto suicida il 4 marzo del 1995, che aveva svelato come nella famiglia della Noce, ossia i Ganci, si annidassero i principali protettori del boss. Lombardo si suicidò dopo che trapelò un’accusa infamante, poi rivelatasi infondata, raccolta dai magistrati palermitani contro di lui. Il pentito era Angelo Siino, che, misteriosamente dopo aver confidato al colonnello De Donno che il rapporto “Mafia e appalti” era fuoriuscito dagli ambienti della Procura, con i magistrati cambia versione accusando, stranamente, il povero Lombardo. Sfumò così la possibilità del viaggio in Usa per convincere Tano Badalamenti a collaborare con la giustizia, impresa che solo Lombardo avrebbe potuto portare a termine.

In realtà nell’Arma è ben noto anche un altro investigatore: il colonnello Angelo Jannone. Fu lui che, da capitano a Corleone tra l’ 89 ed il 91, con un manipolo di carabinieri di provincia e senza grandi risorse, puntò dritto al cuore dei fedelissimi di Riina. Giuseppe Mandalari da una parte, il commmercialista dei Corleonesi, con i suoi intrecci massonici; dall’altro proprio la famiglia Ganci, sino ad allora pressoché sconosciuta; infine le microspie a Corleone presso le sorelle di Bagarella, cognate di Riina, e presso l’Agricor di Leoluca Bonanno, dove si decideva sui grandi appalti, e gli accoliti del boss a Corleone, insospettabili ed imprenditori.

Tutti i Ganci ed i loro parenti furono sottoposti da Jannone a controllo telefonico. Il capitano, isolato a Corleone, ne cominciò a parlare segretamente con Mori, di cui si fidava ciecamente. Un rapporto ostacolato dai suoi diretti superiori dell’epoca, forse per gelosie nei confronti della nascente struttura d’eccellenza. Poi intervenne il suo trasferimento. Deciso dai superiori per ragioni di sicurezza, proprio mentre Falcone, con cui Jannone collaborava nelle indagini, indebolito dai contrasti interni alla Procura, veniva trasferito a Roma.

Ma dopo le stragi, nell’estate del ’ 92, fu proprio a Jannone che Ultimo si rivolse, su indicazione di Mori, per sapere da dove partire. Il capitano gli passò le carte: la mappa dei luoghi, le trascrizioni delle intercettazioni ambientali che parlavano dei Ganci e degli Spina, del boss e di via Belgio. «Ripartite da loro, non vi potete sbagliare», disse Jannone. Mori e Ultimo non ebbero dubbi. Mori ordinò. Ultimo e la sua squadra eseguirono. Tutti i componenti delle famiglie Ganci e Spina furono sottoposti a controllo serrato.

Si ripartì da via Belgio. In gran segreto. Calogero Ganci, uno degli enfant prodige di Riina, figlio del capomandamento della Noce, Raffaele, veniva ascoltato mentre ridendo, commentava la strage di via D’Amelio, in cui furono trucidati Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta. Pedinamento su pedinamento, il Crimor arrivò a via Bernini.

Il resto lo fece Balduccio di Maggio, indicando nei video mostrati in una notte del gennaio ’ 93 a Ultimo, proprio via Bernini e il fondo Gelsomino come due possibili “punti strategici”: lì poteva esserci il boss.

Iniziò quindi immediatamente la sorveglianza di via Bernini, e nell’arco di poche ore ecco l’auto con a bordo la moglie di Riina, “beccata” a varcare il cancello. Il resto è storia. Ma è una storia che parte da lontano. In cui si sono intrecciate le iniziative dell’“Arma di campagna” con quelle dei Ros. Altro che trattativa.

di MASSIMO MARTINI

Fonte Il Dubbio

Roma, 15 giugno 2018

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