SU QUESTI TEMI DOVREMMO FARCI UNA SERIA RIFLESSIONE: ED IN SINTESI VI DICO LA MIA

Il Colonnello Angelo Jannone

Ci sono molti passaggi che si possono condividere delle considerazioni di Di Di Matteo “Ci sono dei comportamenti che ancor prima di essere descritti in una sentenza definitiva sono accertati e dovrebbero fare scattare delle responsabilità di tipo politico che invece nel nostro Paese sono state azionate».

Ma la domanda è: è giusto che questa affermazione in un Paese democratico provenga proprio da un Pubblico Ministero che in molti dei processi intentati, non da ultimo quello sulla c.d. “Trattativa”, ha cercato di provare i legami tra Berlusconi e Cosa Nostra?

Lo dico serenamente e seriamente: Berlusconi per Di Matteo è l’ex suo indagato o l’avversario politico? Ed in gioco non c’è il futuro di Berlusconi, su cui molti italiani suoi ex elettori, si sono già espressi negandogli il voto, ma l’indipendenza della magistratura. 


Patti con Cosa Nostra? Allora raccontiamo una storia vera (e direi provata). Negli anni 70, sequestri di persona in Brianza. Gli autori? i Corleonesi di Luciano Liggio. Berlusconi, imprenditore, teme per i suoi figli. L’amico dell’Utri lo tranquillizza. Ha buoni amici a Palermo, oramai affermati capi mafia. Stefano Bontade, Mimmo Teresi, Francesco di Carlo. I 3 salgono a Milano ed affidano a Berlusconi, Vittorio Mangano. Lui, lo stalliere di Arcore
Questa brutta storia non è diversa da molte altre di quell’epoca. Era un fatto culturale che oggi desta stupore. Ma all’epoca era così. I problemi di protezione venivano risolti dai boss.

Ti rubavano l’auto? ci si rivolgeva al boss. Temevi furti o rapine? risolveva il boss. Persino le forze di polizia si rivolgevano ai boss. Un vecchio maresciallo raccontava che era normale se rubavano l’arma ad un giovane carabiniere parlare con il boss per recuperarla. I patti tra guardie e ladri, tra mafia e antimafia, sono parte della storia passata. E spesso il boss era – udite, udite- sinanche disinteressato. Si beava del solo piacere di essere al centro del mondo. Per aver un bel pò di persone brave e oneste, pronte a dire “Grazie don Raffaè!”. 


Eppure oggi sappiamo che così si sono rinforzate e sono cresciute le mafie. Che su questo ragionamento si sono costruiti molti dei “concorsi esterni in associazione mafiosa”. 


Allora? processiamo il maresciallo che ha chiesto indietro la pistola al boss, l’artigiano che ha chiesto al boss di mettere una buona parola per non subire più furti e incendi, il costruttore che ha assunto il guardiano amico del boss per non subire più incendi di escavatori e camion. Processiamo tutti o ammettiamo semplicemente che non si può processare la Storia.

di Angelo Jannone

Roma, 17 aprile 2018

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