Stato- mafia, fine della saga: repliche il 16, poi la sentenza

IL DIFENSORE DI DE DONNO CHIUDE LE ARRINGHE: «METTETE LA PAROLA FINE…»

Surreale. L’aggettivo non ricorre, nell’arringa dell’avvocato Francesco Romito, che al processo Stato- mafia difende il colonnello Giuseppe De Donno.

Ma è come se lo dicesse. Riporta davanti alla Corte d’assise di Palermo presieduta da Alfredo Montalto nell’aula bunker del carcere di Pagliarelli, le parole che il suo assistito pronunciò in altro giudizio, quello sulle stragi compiute dalla mafia nel “Continente” tra il ’ 92 e il ’ 93: «Dopo le stragi, per capire cosa stava succedendo, era nostra intenzione cercare di trovare un canale di contatto con Vito Ciancimino.

L’approccio con il figlio Massimo serviva a ottenere un contatto con il padre e la sua formale collaborazione con l’autorità giudiziaria. A lui proponemmo di farsi tramite per nostro conto con gli esponenti di vertice di Cosa nostra al fine di ottenere un dialogo e far smettere le stragi». De Donno è in aula, insieme con il generale Mario Mori.

La sua silenziosa presenza equivale a segnalare, da una parte, le perplessità sulla fondatezza non solo delle accuse, ma di questo stesso procedimento, imbastito dai pm palermitani nonostante i fatti fossero già stati oggetto di altri processi. E soprattutto: in quella che è stata l’ultima della lunghissima serie di arringhe, l’avvocato Romito spiega che i tre ufficiali dei Ros imputati per “violenza a Corpo politico del- lo Stato” ( l’altro è il generale Antonio Subranni) non fecero altro che il loro dovere: cercare di fermare le stragi. Il resto, cioè il presunto scambio con Cosa nostra, andrebbe ascritto al fatto che, dice il legale di De Donno, «ci si è persi nel fervido mondo immaginario di Massimo Ciancimino». Così Romito chede all Corte: «Dovete porre fine questa saga giudiziaria che vede contrapposta la procuraal Ros, una vera persecuzione giudiziaria fondata su certezze che non ci sono».

La richiesta: assoluzione perché il fatto non sussiste, in subordine proscioglimento perché l’azione penale non doveva essere esercitata.

C’è tempo anche per un paio di battute sul “papello” ( «È solo un pezzo di carta, altro che prova» ) e sulla cattura di Totò Riina ( «dobbiamo pensare sia stata una iattura» ). È finita? Non ancora. Montalto ha rinviato l’udienza a lunedì 16 aprile: spazio a eventuali repliche dei pm e controrepliche delle difese, oltre che alle dichiarazioni spontanee di un altro degli imputati, Nicola Mancino. Poi la camera di consiglio e il sospiratissimo «the end» della «saga».

E. N.

Fonte Il Dubbio

Palermo, 6 aprile 2018

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