Ruolo della Polizia Penitenziaria nell”operazione dei ROS che ha inferto un duro colpo alla ”ndrangheta jonica

A pochi giorni dal decennale gli uomini del NIC della Polizia Penitenziaria sono impegnati nell’operazione condotta dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Reggio Calabria, che ha portato all’esecuzione di 116 provvedimenti di fermo, emessi dalla procura distrettuale DDA Reggio Calabria, nei confronti di 116 indagati per associazione mafiosa, estorsione, porto e detenzione illegale di armi, trasferimento fraudolento di valori, truffa ed altri reati, tutti aggravati dalla finalità di agevolare l’organizzazione mafiosa denominata ‘ndrangheta.

I provvedimenti scaturiscono da un’indagine diretta dalla procura reggina in direzione delle più importanti “locali” ‘ndranghetiste ricomprese nel “mandamento” ionico, ritenuto il cuore pulsante dell’intera ‘ndrangheta nonché il punto di riferimento di tutte le articolazioni extraregionali, nazionali ed estere.

Le indagini condotte dalla DDA di Reggio Calabria hanno consentito di individuare le gerarchie e gli organigrammi di ben 23 cosche e di identificare gli autori di estorsioni, danneggiamenti e infiltrazioni in appalti pubblici e lavori privati, sintomatici di un capillare e asfissiante controllo del territorio da parte delle cosche.

Individuate nuove cariche e strutture tra loro sovraordinate di cui la ‘ndrangheta si è dotata negli ultimi anni. Accertate anche le modalità di funzionamento di veri e propri “tribunali” competenti a giudicare quegli affiliati sospettati di violazioni delle regole del sodalizio criminale e le procedure da applicare per sanare faide all’interno delle ‘ndrine

A finire in manette tutti i capi di tutte le locali del mandamento jonico: ben 21 elementi di vertice delle ‘ndrine. Colpite anche pesantemente le cosche Ficara-Latella e Serraino di Reggio Calabria. La prima è orbitante nella zona sud, fra Ravagnese e Saracinello, la seconda nel territorio di San Sperato, ma anche nella zona di montagna della città reggina. Provvedimenti sono stati emessi pure contro la locale di Sinopoli.

Questa nuova inchiesta, decapita non solo i vertici delle cosche nel territorio della fascia jonica, ma si proietta fuori dai confini provinciali, in quella dimensione internazionale che la ‘ndrangheta ha assunto nel corso degli ultimi quarant’anni.

I provvedimenti scaturiscono da un’indagine diretta dalla Procura Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria che ha consentito di iscrivere nel registro degli indagati ben 291 soggetti, ai quali sono complessivamente addebitati 140 capi d’imputazione. L’indagine , ha interessato la quasi totalità delle organizzazioni criminali comprese nel “mandamento” Jonico, composto dalle “Locali” più strutturate e maggiormente legate alle tradizionali regole di ‘ndrangheta, tanto da essere considerate il “cuore” dell’organizzazione

L’intensa attività è stata condotta attraverso un elevatissimo numero di intercettazioni e servizi di osservazione, resi difficili dalla particolare situazione ambientale di taluni centri aspromontani, integrati dall’esame di materiale documentale e riscontri a dichiarazioni di collaboratori di giustizia, ha consentito di ottenere una considerevole mole di acquisizioni investigative, alla quale si sono aggiunti gli approfonditi riscontri su taluni filoni investigativi già conclusi (indagini Meta, Solare, Reale, Crimine, Saggezza, Morsa, Acero).

Tale vasta documentazione ha, quindi, permesso di far emergere uno spaccato approfondito e completo delle dinamiche associative delle più importanti articolazioni ‘ndranghetiste.

Sono state infatti individuate le gerarchie e gli organigrammi di ogni “Locale” a partire dalla cosca Ficara – Latella, egemone nella zona Sud di Reggio Calabria, per proseguire lungo l’intera fascia Jonica sia dei comuni rivieraschi che quelli montani, con un monitoraggio investigativo capillare e completo come mai avvenuto in precedenza.

Tale specifica radiografia investigativa ha consentito di documentare le tipiche espressioni del metodo mafioso, identificando gli autori di estorsioni, truffe aggravate per il conseguimento di erogazioni pubbliche, danneggiamenti nonché della infiltrazione negli appalti pubblici e lavori privati, i quali, per numero e estensione, costituiscono un allarmante indice del capillare e asfissiante controllo del territorio esercitato dalla ‘Ndrangheta.

L’indagine ha consentito di definire ulteriormente il complesso sistema di regole e rituali della ‘Ndrangheta, aggiornando le acquisizioni sul tema  provenienti dall’indagine “Crimine”, individuando nuove cariche , doti  e strutture sovraordinate  di cui l’organizzazione si era da ultimo dotata per migliorare la sua efficienza operativa, in linea con quanto emerso nelle operazioni “Crimine” e “Saggezza” e nella recente indagine “Mamma Santissima” del ROS .

In tale contesto sono inoltre state accertate le modalità di funzionamento dei “tribunali” di ‘Ndrangheta e le procedure dei giudizi sugli affiliati sospettati di violazioni, nonché le regole applicabili in caso di faida .

Oltre a delineare il complessivo scenario della ‘Ndrangheta nelle sue linee ordinative generali, l’indagine ha documentato distinte dinamiche associative all’interno dei principali “Locali”, particolarmente indicative del grado di pericolosità e livello di infiltrazione nel tessuto sociale/economico dell’organizzazione nelle sue strutture di base.

In particolare, con riferimento al:

‒ ruolo della famiglia “Pelle Gambazza”:

è stata confermata la centralità della famiglia Pelle e di Pelle Giuseppe “Gambazza” in particolare, non solo con riferimento al “mandamento ionico”, ma a tutta l’organizzazione a livello “provinciale”; ciò sia in relazione a problematiche associative (Pelle Giuseppe viene consultato ed assume le decisioni finali in relazione a molteplici questioni riguardanti la concessione di doti e cariche in tutta la “Provincia”, ovvero riguardanti dissidi interni anche a singole locali), sia in relazione a singole attività estorsive o comunque di infiltrazione nei pubblici appalti (quale diretto interessato e/o garante degli equilibri spartitori di tipo ndranghetistico tra le varie famiglie); sul punto, di particolare rilievo sono le intercettazioni che dimostrano la sistematica pressione estorsiva, costituita dal 10% del valore delle opere, nonché l’infiltrazione negli appalti pubblici tra cui quello relativo ai lavori della linea ferroviaria Sibari – Melito Porto Salvo nella tratta Condofuri – Monasterace del valore complessivo di 500.000,00 €;

‒ “Locale” di Locri:

è stata accertata l’operatività delle cosche CATALDO e CORDÌ, protagoniste di una storica faida iniziata sul finire degli anni ‘60 che ha insanguinato, in varie fasi, il centro locrese. L’attività ha disvelato come a seguito della formale chiusura del “Locale”, decretata alla fine degli anni ’90 dagli organismi di vertice della ‘Ndrangheta proprio a causa dell’ennesima recrudescenza della faida, le due cosche rivali abbiano raggiunto una formale pacificazione al fine di “riattivare” il “Locale” e rientrare nel consesso ‘ndranghetista da cui erano state escluse. In tale contesto sono stati individuati i dettagliati organigrammi delle due cosche e di quelle satellite , nonché documentato:

l’esecuzione di diverse estorsioni a imprese e esercizi commerciali;

l’infiltrazione negli appalti pubblici per la realizzazione del nuovo palazzo di giustizia , dell’ostello della gioventù , del centro di solidarietà Santa Marta  e di istituti scolastici, nonché nella gestione di terreni pubblici e nell’assegnazione degli alloggi popolari. In merito a quest’ultimo argomento l’indagine ha consentito di accertare le azioni della cosca CATALDO volte a conseguire il controllo di alcuni alloggi popolari in Locri;

‒ Locale di Africo:

sono state documentate le dialettiche associative e di influenza nei rapporti di alcuni “Locali”  di ‘Ndrangheta, risultati condizionati sia per vicinanza territoriale che per rapporti familistici. In particolare sono emersi:

il veto posto dal capo  del Locale di Africo alla riattivazione del Locale di Motticella formalmente chiuso dagli organismi di vertice della ‘Ndrangheta a seguito della faida che ha interessato quel centro negli anni 80/90, i cui strascichi non consentono, tuttora, una formale pacificazione;

la contesa all’interno del Locale di Ferruzzano tra due fazioni per la carica di capo Società, sfociata con scontri a fuoco per i quali si è ottenuta una aderente chiave di lettura;

‒ Locali di Platì e Natile di Careri:

è emersa la sintonia criminale tra i due Locali confinanti, nei quali spiccano le cosche BARBARO e IETTO – CUA, protagoniste della totale infiltrazione mafiosa nel campo dei lavori pubblici.

In particolare, le indagini hanno permesso di accertare:

la turbativa di numerosi appalti pubblici nel settore delle opere infrastrutturali, indetti dai Comuni di Platì e Careri e dall’Ente Pubblico “Comunità Montana Aspromonte Orientale” di Reggio Calabria, in favore di ditte controllate dalle cosche locali, il tutto secondo logiche spartitorie dettate dagli equilibri mafiosi sul territorio tra le cosche “BARBARO” di Platì, “IETTO – CUA – PIPICELLA” di Natile e “PELLE” di San Luca;

l’esistenza presso il comune di Careri di un sistema illecito di conferimento diretto e sistematico, tramite “somme urgenze”, di commesse pubbliche in favore di imprese controllate dalla cosca “IETTO – CUA – PIPICELLA”;

l’infiltrazione mafiosa nei cantieri per la “nuova costruzione e parziale adeguamento della ex SS. 112 Dir. SGC Bovalino – Platì – Zillastro – Bagnara”, appaltati dalla Provincia di Reggio Calabria, che furono in gran parte eseguiti da imprese edili controllate dalle cosche locali, imposte all’A.T.I. aggiudicataria della commessa pubblica  con il sistema dei sub-contratti per lavori a misura, per il nolo dei macchinari, per la fornitura di calcestruzzo, materiali edili e da cantiere e mediante imposizione delle maestranze; tale sistema, indispensabile per le ditte mafiose per eludere i controlli preventivi antimafia eseguiti dalla Stazione Appaltante, ha costituito per le società vincitrici della gara pubblica, l’unico modo per trovare un “accordo” con il “territorio”, sottoponendosi alla protezione delle cosche locali e limitando in tal modo i danneggiamenti nei cantieri.

il controllo esercitato da BARBARO Rosario detto “Rosi”, capo locale di Platì, sugli operai del “Consorzio di bonifica dell’Alto Jonio Reggino”  i quali venivano sistematicamente e indebitamente impiegati per eseguire lavori edili di manutenzione nelle proprietà del citato esponente della ‘ndrangheta, mentre venivano retribuiti dal citato Consorzio, ufficialmente per lo svolgimento di opere di bonifica del territorio;

il coinvolgimento di esponenti delle famiglie mafiose “PERRE – BARBARO” nell’indebita percezione di contributi comunitari all’agricoltura, relativi al periodo 2009 – 2013 e in truffe in danno dell’INPS di Reggio Calabria, realizzate mediante la presentazione di falsa documentazione attestante fittizie assunzioni temporanee di braccianti agricoli, al fine di ottenere il pagamento indebito di contributi previdenziali e di disoccupazione; con l’ausilio del Comando Carabinieri Politiche Agricole e Agroalimentari – Nucleo Antifrodi di Salerno, sono stati documentati numerosi casi di truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche, commessi mediante presentazione di falsa documentazione per il conseguimento di contributi comunitari all’agricoltura erogati dall’ARCEA (Agenzia Regione Calabria per le Erogazioni in Agricoltura).

‒ “Locale” di Ardore:

l’attivazione di una sovrastruttura intermedia, denominata “Corona” con relative cariche , con lo scopo di accrescere il prestigio dei 5 locali  che la compongono all’interno dell’organizzazione.

Nello stesso ambito sono anche stati documentati gli attriti, tra gli affiliati della Locale di Ardore (RC) e una parte della comunità Rom insediata in quel Comune, dovuti alle attività criminali predatorie poste in essere da questi ultimi in contrapposizione alla cosca di Ardore.

L’indagine ha riguardato, per una parte, anche le dinamiche interne al Locale del capoluogo reggino, documentando il ruolo di vertice di Pangallo Francesco  della cosca Latella – Ficara attiva nella zona sud della città, il quale:

‒ ha riferito sistematicamente a Pelle Giuseppe  notizie coperte da segreto istruttorio veicolategli da Zumbo Giovanni , amministratore giudiziario del Tribunale di Reggio Calabria che, grazie a tale posizione, le aveva apprese a sua volta da ambienti giudiziari;

‒ è sospettato di avere avuto un ruolo nella vicenda del posizionamento di una vettura con all’interno armi ed esplosivo rinvenuta lungo il tragitto che, il 21.01.2010, avrebbe dovuto seguire il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, in visita alla città di Reggio Calabria .

L’indagine ha reso possibile ricondurre ad un quadro omogeneo vicende ed articolazioni solo apparentemente isolate, contestualizzandole all’interno di uno scenario nel quale la ‘Ndrangheta si afferma, ulteriormente, quale struttura unitaria, segreta, articolata su più livelli e provvista di organismi di vertice.

L’operazione conferma, ancora una volta, come le cosche della provincia di Reggio Calabria, in particolare quelle della Jonica, rimangano il centro propulsore delle iniziative dell’intera ‘Ndrangheta, cuore e testa dell’organizzazione, nonché principale punto di riferimento di tutte le articolazioni extraregionali, nazionali ed estere.

Sotto questo aspetto, l’operazione ha senz’altro inflitto un significativo colpo alla ‘Ndrangheta, privandola degli esponenti apicali e indebolendo le sue numerose articolazioni territoriali anche grazie al sequestro preventivo di un cospicuo patrimonio – costituito da 13, tra società e imprese, nonché un complesso immobiliare – in corso di valutazione.

Scritto da: Redazione

Roma, 5 luglio 2017

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