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Il problema del leader a sinistra

Pisapia, Speranza, Bonino, Grasso, boh? La gauche sogna il predestinato (o la predestinata) alla riscossa antirenziana fin dai tempi in cui la riscossa era ancora antiberlusconiana

La Lista Rossa o neo “cosa rossa” della sinistra a sinistra del Pd c’è e non c’è, persa com’è, ai suoi albori, nei meandri del “tutti insieme oppure no”. Ma il problema del leader la precede e forse la seguirà. E non da oggi. Si è cominciato infatti a sognare il predestinato (o la predestinata) a un avvenire da Piccolo imperatore-imperatrice della gauche alla riscossa antirenziana fin dai tempi in cui, quasi quasi, la riscossa era ancora antiberlusconiana. Una riscossa è scivolata nell’altra (trait d’union: la difesa della Costituzione da un qualsivoglia Tiranno), nel frattempo di mezzo ci si è messo Beppe Grillo, ma il problema del leader a sinistra è rimasto. Ultima (ma ricorrente) suggestione in ordine di tempo, si leggeva ieri sulla Stampa, il futuribile ticket Bonino-Pisapia come capitani del Campo progressista presidiato dall’ex sindaco di Milano.

Ma la suggestione si sovrappone a quella che per ora, a sinistra, si pensa sia una quasi-certezza: che cosa farà Piero Grasso, ora uscito dal Pd? Il sottinteso è che se uno esce da Pd a pochi mesi dalle elezioni, essendo peraltro presidente del Senato scelto proprio in virtù del profilo da ex magistrato e della personalità da “società civile”, non esce dal Pd tanto per fare. “L’accordo c’è già, Grasso sarà il leader del rassemblement Mdp-Sinistra Italiana-Possibile”, è la voce che rimbalza da un muro all’altro dei Palazzi, senza però coprire del tutto il precedente sussurro uguale e contrario che proviene dal Campo progressista, dove appunto Pisapia, che pure appare a volte riluttante, ancora resta in gioco nelle prime file. Ma non si finisce di credere con riserva all’ipotesi Grasso che subito i nomi già fatti ma non ancora spesi tornano a galla: e Laura Boldrini? E Roberto Saviano? Lo scrittore di “Gomorra”, ora interessato all’area federalista europea, da anni è indicato come Papa straniero occulto di qualsiasi nuovo esperimento pre elettorale: c’era chi lo voleva al posto di Antonio Ingroia per la corsa (poi azzoppata) di Rivoluzione civile nel 2013 e chi lo vedeva adatto a rifare il Pd, prima e dopo Renzi.

E Gustavo Zagrebelsky? Si dà il caso, infatti, che il presidente emerito della Corte costituzionale, volto del “No” al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, anche amato a corrente alternata dai Cinque stelle, non smetta di esercitare il fascino dell’uomo di legge sulle truppe della sinistra desiderosa di depotenziare il grillismo sul piano della “legalità-legalità”. Chi prende Zagrebelsky prende tutto il piatto, è stato a un certo punto il retropensiero, accantonato però presto all’idea di avere due giovani non rottamabili, in quanto già fuoriusciti dal partito del Rottamatore, alla testa dell’ancora inesistente Lista Rossa. Ecco dunque il miraggio della coabitazione Roberto Speranza-Pippo Civati, durato pochissimo – anche in versione solo Speranza o solo Civati – e precisamente fino alla discesa in campo di Pisapia e alla contemporanea resurrezione polemista di Massimo D’Alema. A quel punto sono risorti anche i nostalgici della leadership vintage di Pierluigi Bersani e i temerari pronti a lanciare il nome già lanciato a sua volta da Beppe Grillo: perché non Milena Gabanelli? (Non importa che Gabanelli, ancora in Rai, non fosse interessata alla battaglia).

Ma spuntava sottotraccia un altro nome. Il nome che, fino alla fuoriuscita di Grasso dal Pd, nelle piazze della sinistra bersanian-dalemiana-civica, è parso il diversivo spiazzante che non ti aspetti: e se si lanciasse Anna Falcone, icona del “No” al referendum costituzionale? Falcone, avvocatessa calabrese quarantacinquenne, esperta di diritto costituzionale, è, con Tomaso Montanari, alla testa dell’Alleanza popolare per la democrazia e l’uguaglianza (in gergo, “quelli del teatro Brancaccio”. Peccato che dire “leader” a quelli del Brancaccio, che invece vogliono partire dal programma, sia quasi un’offesa. Ma non c’è stato bisogno di misurarsi con eventuali resistenze, ché addirittura qualcuno, oltre il Pd, esperita per ora senza successo la strada del ritorno in prima linea di Enrico Letta e di Romano Prodi, ha per un pomeriggio vagheggiato persino la grande rentrée di Nichi Vendola.

di Marianna Rizzini

Fonte Il Foglio

Roma, 4 novembre 2017

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