ECCO PERCHE’ NEGARE ALLA DIFESA I TEMPI NECESSARI PER LA PREPARAZIONE DELLE ARRINGHE, PUO’ SEPPELLIRE LA VERITA’

Come è noto, nell’udienza di giovedì scorso al processo sulla presunta trattativa stato-don Vito- mafia-Berlusconi, c’è stata un’accesa protesta dell’avvocato Milio, difensore del generale Mori, a causa dei tempi concessi dalla corte ai legali per la preparazione delle arringhe finali, che Milio ha rilevato essere assolutamente insufficienti, soprattutto se confrontati con i tempi concessi all’accusa per la preparazione delle requisitorie. Infatti il tempo concesso dalla corte alle difese, paradossalmente e iniquamente, è molto più breve di quello concesso ai pubblici ministeri, quando invece dovrebbe, per tutela della verità e del diritto, essere quantitativamente maggiore, ed ora cercheremo di spiegare perché in modo semplice. Facciamo un esempio pratico.

Quando il PM Tartaglia, ad esempio, nel corso della sua requisitoria afferma che il generale Mori, “anche dopo l’allontanamento, assieme a Miceli e Ghiron, è stato autore di una manovra posta in essere per pilotare una perizia A FAVORE della sua cordata (cioè quella riferita a Miceli) per il processo Rosa dei Venti-Borghese”., impiega circa 20-25 secondi del tempo della sua requisitoria, per detta esposizione, mentre per pensarla e scriverla, in fase preparatoria, non deve essere occorso molto di più, forse uno o due minuti, trattandosi del semplice trasferimento al testo del suo intervento, di uno degli elementi narrativi dei testimoni dell’accusa, allo stato grezzo, dal quale risulterebbe, secondo il PM, che Vito Miceli avrebbe quindi tratto vantaggio da quei “tagli” al noto rapporto e conseguentemente inviato i suoi fidi (tra cui Mori) a “pilotare” la perizia Sacerdote che altrimenti li avrebbe incastrati.

Ora, per dimostrare l’erroneità di questa affermazione, la difesa invece non potrà limitarsi a richiamarla per poi definirla semplicemente illogica o indimostrata (strategia che richiederebbe all’incirca lo stesso tempo impiegato dal PM, ma a rischio di inefficacia), bensì dovrà spiegare esattamente per quali ragioni questa sia illogica, ovvero errata, richiamandosi ai fatti. Ed a questo scopo forse neppure basterà riprendere la dimostrazione oggettiva della sua estraneità a quei fatti già inserita dal generale Mori nelle sue dichiarazioni spontanee processuali.

Ad esempio potrebbe voler spiegare e dimostrare che la perizia, come in atti, riguardava la nota vicenda del Malloppone-Malloppino del SID, che Andreotti fece trasmettere dal suo fido Maletti all’Autorità giudiziaria, dopo che sullo stesso erano stati praticati “tagli”. Grazie a quei tagli da quel rapporto rimasero fuori autorevoli vertici dell’esercito come il gen. Turrisi o semplici cittadini ma dal nome noto, tipo Licio Gelli, per esempio, ma non certo Miceli, sul quale si può piuttosto dire che quel “malloppo” fosse cucito su misura perché fosse fatto fuori.

A dimostrazione di ciò l’avvocato della difesa potrebbe volersi confrontare con gli atti della Commissione P2, come la relazione Teodori, rammentando al pubblico ministero, ad esempio, il verbale di interrogatorio davanti al GI Tamburino del 7 novembre 1974 (dopo che il 31 ottobre 1974 lo stesso fu stato tratto in arresto) dove lo stesso Miceli riferisce: “Ritengo inoltre che NON L’INTEGRALE DOCUMENTO, per la parte che interessa codesto procedimento, sia stato trasmesso a codesto G.I., perché ALTRIMENTI DETERMINATI PRETESI INDIZI A MIO CARICO, DI CUI DA CONTO LA MOTIVAZIONE DEL MANDATO DI CATTURA, NON SAREBBERO STATI RIFERITI ALLA MIA PERSONA. Cito ad esempio quella parte della motivazione ove si accenna alla cd. ditta genovese.”

Quindi ponendo a confronto l’assunto di Tartaglia con questi dati e tirando le somme, risulterebbe che Miceli avrebbe promosso quei tagli per farsi arrestare. Ed ecco quindi che l’avvocato, a questo punto e solo a questo punto, avrebbe dimostrata compiutamente l’illogicità e quindi l’erroneità dell’assunto del PM.

Tempo presunto per esporre il tutto da parte della difesa, in aula? Almeno due-tre minuti, quindi oltre quattro-cinque volte il tempo impiegato dall’accusa per l’enunciato che si intende contestare. Ma per rintracciare e mettere insieme i dati, così da poter confutare in modo oggettivo quanto postulato dal PM, occorre anche molto più tempo, molti minuti, o anche di più, a seconda della reperibilità dei dati e delle fonti, che alla difesa tocca appunto reperire visto che non l’ha fatto l’accusa, che ha pertanto ricostruito un fatto in tempi brevi avendolo fatto, come pare, senza andarsi a fare verifiche sugli atti connessi, nonostante l’art. 358 del c.p.p. a proposito dei compiti del pubblico ministero, reciti: “…e svolge altresì accertamenti su fatti e circostanze a favore della persona sottoposta alle indagini.”

E gli enunciati di questo tipo, che la difesa intenderebbe contestare o dimostrare incongrui, o illogici, o non corrispondenti al vero, esposti dai PM in settimane di requisitorie, potrebbero essere decine e decine, forse centinaia. In alcuni casi poi, per raccogliere e mettere insieme tutti gli elementi per confutare uno spot dei PM di pochi secondi, potrebbero occorrere anche ben di più di alcuni minuti. In questa casistica potrebbero rientrare ad esempio alcuni rilievi di Di Matteo sui papelli di Massimo Ciancimino, cioè il papello: “le analisi tecniche hanno appurato che la carta risale a un periodo databile fra il 1986 e il 1990”, ed il contropapello, “Anche qui la datazione della carta è compatibile con quel periodo”. Pochi secondi per scriverli, e pochi secondi per leggerli. Viceversa quando gli avvocati della difesa dovranno richiamarsi a tutti gli elementi con cui -come già emerso anche in processi precedenti che evidentemente il PM non ricorda nonostante rappresentasse l’accusa – è già stato dimostrato che la fotocopia del contropapello e non solo quella siano stati realizzati in tempi recenti mediante l’impiego di materiali datati, e ricostruire quindi l’elemento logico secondo il quale le datazioni dei materiali non dimostrano assolutamente la genuinità dei documenti ed anzi producono dubbi sulla stessa, occorre ovviamente un tempo notevole.

Si potrebbe stimare quindi, approssimativamente, che alla difesa, per ristabilire la verità, occorrerebbe almeno un periodo quadruplo di quello impiegato dall’accusa, pari a circa cento/centoventi giorni, per preparare le arringhe e pronunciarle in aula, stante la densità e la quantità impressionante degli enunciati dall’accusa certamente suscettibili di approfondite verifiche e contestazioni.
Ora, gli avvocati degli imputati non pretendono questo, anche se sarebbe solo giusto e doveroso per rispetto della verità, bensì chiedono, per semplice equità quantitativa, di poter disporre di un tempo analogo a quello concesso all’accusa. No, gli viene negato. Gli vengono concessi soltanto 20 giorni, periodo assolutamente insufficiente, mentre all’accusa è stato concesso oltre un mese. Dunque qualcosa non quadra, ed è legittimo preoccuparsi, soprattutto per la salvaguardia della verità, che in questo caso specifico non saranno certo la fretta o gli ostacoli all’attività difensiva, a supportare.

di Massimo Martini

Roma, 27 gennaio 2018

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