Parla in esclusiva l’avvocato Milio, difensore del Generale Mario Mori

È trascorsa una settimana dalla condanna del generale dei carabinieri Mario Mori al processo sulla “trattativa Stato-mafia” quando incontriamo l’avvocato Basilio Milio, difensore dell’alto ufficiale.

Avvocato,  è stata una condanna pesantissima.

Aspettiamo di leggere le motivazioni, però è chiaro che 12 anni di carcere non lasciano dubbi sulla decisione della Corte d’Assise di Palermo.

Si aspettava una sentenza del genere?

Guardi, a favore del generale Mori c’erano già quattro sentenze dove era stato sempre assolto per fatti analoghi.

Allora perché questa condanna?

Non so proprio darmi una spiegazione.

Forse ci sono stati errori nella linea di difesa?

Abbiamo fatto tutto quello che bisognava fare. Anche di più. Sotto quest’aspetto non possiamo recriminare nulla.

Nessuna scelta di cui pentirsi, quindi?

No. E voglio essere anche positivo.

Cioè?

C’è in me oggi un barlume di contentezza, in un mare di sconforto. Sono contento perché sono consapevole che la verità è dalla nostra parte. Questo è un giorno di speranza. Possiamo sperare che in appello ci sarà un giudizio perché questo é stato un pregiudizio

Ha delle contestazioni da muovere alla Corte d’Assise di Palermo ed al presidente Alfredo Montalto?

Non ho intenzione adesso di lamentarmi su come è stato condotto questo dibattimento. Dico solamente che ci sono stati tagliati molti testi e impedito di depositare centinaia di documenti che erano importanti per la difesa.

Quali testi non sono stati ammessi?

I magistrati Ilda Boccassini, Antonio Di Pietro e Giuseppe Ayala. Strano, no?

Analogo atteggiamento di chiusura c’è stato nei confronti della Procura?

La Procura di Palermo in questi anni ha prodotto ogni tipo di documento possibile. E’ stato addirittura depositato tutto il fascicolo personale del generale Mori acquisito al Comando generale dell’Arma dei carabinieri. Senza contare tutte le intercettazioni dei colloqui in carcere del boss Giuseppe Graviano. Giorni, anzi, settimane di intercettazioni che abbiamo dovuto ascoltare con uno sforzo senza pari.

La Corte d’Assise si è “appiattita” in questi anni di processo sulla Procura?

La Corte ha quasi sempre aderito alle istanza dei pm e mai alle nostre. I pm di Palermo sono andati anche in Sud Africa per interrogare Gianadelio Maletti (ex numero due del Sid negli anni Settanta, ndr) sui rapporti avuti con Mori quando prestava servizio alle sue dipendenze dal 1972 al 1975.

Mi permetta una riflessione.

Prego.

Era difficile per chiunque affrontare un simile dibattimento condizionato da una pressione mediatica senza pari. Alcuni giornali hanno sposato per anni le tesi del pm Nino Di Matteo, dal M5S considerato un eroe tanto da essere proposto come ministro in un futuro governo Di Maio.

Si, la pressione c’è stata. E’ indubbio. Un circo mediatico messo su da chi sappiamo bene. Però in questo processo non c’era nulla, e dico nulla, che potesse configurare un qualsiasi reato a carico di Mori. Questo è stato un processo senza reato ma con una ben precisa finalità: ‘mascariare’ (sporcare ndr) il generale quando invece l’Italia intera dovrebbe ringraziarlo. Mori è stato un grande servitore del Paese ed invece è stato perseguitato.E’ una sentenza dura che non sta né in cielo né in terra. E faccio anche una considerazione.

Dica pure.

Se Totò Riina fosse ancora vivo avrebbe gioito di tutto questo. E io mi sono un po’ vergognato di essere italiano sentendo la condanna a 12 anni per colui che ha fatto arrestare il feroce boss corleonese.

di Giovanni Maria Jacobazzi

Fonte Milanopost

Roma, 2 maggio 2018

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