Martirio o delirio a Las Vegas

Il profilo inusuale di Stephen Paddock, autore di un “act of pure evil” preparato meticolosamente

La più grande strage d’arma da fuoco della storia americana è stata preparata in modo meticoloso. Stephen Paddock, sessantaquattrenne di Mesquite, in Nevada, ha prenotato una stanza al Mandalay Bay di Las Vegas il 28 settembre, ha portato all’interno una decina di armi da fuoco automatiche, una valanga di munizioni e un martello per rompere i vetri sigillati. Pochi minuti dopo le dieci di sera ha aperto il fuoco sulla folla radunata a un isolato di distanza, circa trecento metri in linea d’aria, per il Route 91 Harvest Festival, un concerto di musica country.

Ha ucciso 59 persone e ne ha ferite 515, secondo le ultime stime della polizia. Paddock ha scelto una camera al trentaduesimo piano, all’angolo del perimetro irregolare dell’albergo, per avere diverse opzioni di tiro, e prima di sparare ha piazzato una telecamera nel corridoio per controllare chi arrivava. Le forze speciali hanno rapidamente localizzato la provenienza del fuoco, e quando hanno fatto saltare con l’esplosivo la porta della stanza hanno trovato lo sparatore già morto. Nei giorni in cui Paddock ha alloggiato in uno dei più famosi alberghi dello “strip”, a due passi dall’aeroporto, gli inservienti hanno regolarmente pulito la camera, ma nessuno si è accorto del materiale sospetto. Le telecamere interne diranno qualcosa in più sui suoi movimenti nei giorni prima della strage, ma non ci sono misure di sicurezza speciali in alberghi dove clienti con pesanti sacche da golf entrano ed escono di continuo.

Il movente rimane un enigma. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, lo ha definito un “act of pure evil”, un gesto malvagio, e non ha parlato di terrorismo, mentre le autorità che hanno aggiornato il pubblico sugli sviluppi nella frenetica giornata hanno parlato di uno “psicopatico”. L’Fbi ha detto che per il momento non ci sono prove di una connessione con il terrorismo internazionale, nonostante la rivendicazione di un organo d’informazione dello Stato islamico. Il profilo dell’attentatore è inusuale rispetto a quello dei responsabili delle grandi mattanze americane degli ultimi anni. Paddock era un impiegato in pensione bianco, divorziato, senza figli, viveva in una comunità di recente costruzione riservata agli anziani in un sobborgo perbene di Mesquite, con tasso di criminalità prossimo allo zero. Gli investigatori che hanno perquisito l’abitazione l’hanno trovata pulita e ben tenuta. Hanno trovato almeno un’arma da fuoco e delle munizioni, cosa che era lecito aspettarsi in casa di una persona con una licenza di caccia. Marilou Danley, la compagna che viveva con lui, era all’estero – a quanto pare in Australia – durante la strage. E’ stata rintracciata dalle autorità e sta rientrando negli Stati Uniti. I due non avevano precedenti penali né erano mai entrati in contatto con la polizia locale. Il fratello dell’attentatore, incredulo per questo “asteroide che ci è caduto sulla testa”, ha detto che Paddock andava di frequente a Las Vegas per il gioco d’azzardo e per seguire concerti del tutto simili a quello che ha preso di mira con un’incredibile potenza di fuoco. Uno degli elementi che cattura l’attenzione è la storia del padre dell’attentatore, morto diversi anni fa: aveva un passato come rapinatore di banche, ed era finito anche nella lista dei dieci uomini più ricercati dall’Fbi.

di Mattia Ferraresi

Fonte Il Foglio

New York, 3 ottobre 2017

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