LE DICHIARAZIONI DEL PM – Di Matteo, muro su Fiammetta: “Affermazioni pericolose”

La stroncatura di Fiammetta Borsellino era stata netta. La figlia del giudice assassinato dalla mafia aveva scelto il 25esimo anniversario della strage di via D’Amelio per mettere a nudo le lacune e le omissioni della magistratura.

“Questo abbiamo avuto: un balordo della Guadagna come pentito fasullo– aveva detto riferendosi a Vincenzo Scarantino – e una Procura massonica guidata all’epoca da Gianni Tinebra che è morto, ma dove c’erano Annamaria Palma, Carmelo Petralia, Nino Di Matteo, altri…”.

Il risultato, secondo Fiammetta, sono stati 25 anni “buttati via”, “anni di pentiti costruiti con lusinghe o torture”. Ed è subito partita la richiesta di Nino Di Matteo di essere convocato dalla Commissione Antimafia. Un’audizione che oggi è sembrata l’arringa difensiva di un magistrato che per mestiere sta dalla parte dell’accusa. Di Matteo ha cercato di fare muro contro le parole di Fiammetta Borsellino. Leggendo il resoconto delle agenzie sembra che non abbia neppure pronunciato il nome della figlia del giudice. Se così fosse, la distanza si farebbe incolmabile.

“Si è parlato di 25 anni di depistaggi e silenzi, si è parlato di 25 anni persi nella ricerca della verità. Sono affermazioni profondamente ingiuste e molto pericolose – ha detto Di Matteo – particolarmente utili a chi teme che l’accertamento della verità possa andare avanti”.

Nessun imbarazzo, dunque, da parte del pm della Trattativa che maneggiò, lui come altri, le falsità di Scarantino senza smascherarle. L’audizione è divenuta l’occasione per smacchiare il vestito buono dell’antimafia semmai il pensiero di Fiammetta Borsellino avesse “sporcato” la reputazione professionale del magistrato. Ed ecco che Di Matteo ha parlato di “bugie che vengono diffuse e rilanciate con grande clamore mediatico, sia in riferimento ai processi sulla strage di via d’Amelio tra il ’92 e il ’99, che alla mia attività in quel pool e a tentativi di coinvolgermi in vicende che non ho vissuto”. “Si finge di dimenticare – ha proseguito – che tra il cosiddetto via d’Amelio bis e il cosiddetto via d’Amelio ter ben 26 imputati sono stati condannati definitivamente in concorso in strage. Questo non è un risultato poco importante, sono condanne mai messe in discussione fino alla Cassazione: non sono stati 25 anni persi nella ricerca della verità”.

Ha incassato e rilanciato: “Se qualcuno ha depistato in via d’Amelio, andatelo a cercare in chi ha condotto le indagini che hanno portato all’arresto di Scarantino. Non voglio difendere assolutamente le dichiarazioni di Scarantino, ma si tratta di capire come mai queste dichiarazioni false, in quanto fatte da un soggetto non coinvolto nella strage, in parte coincidano con quelle di Spatuzza. Lascia ipotizzare che alcune informazioni vere erano arrivate a chi, per sfruttarle, ha fatto un errore, una cosa gravissima, mettendo in bocca a un soggetto che non sapeva nulla, informazioni che, chi aveva ricevuto, riteneva attendibili”.

È altrove, dunque, in “chi condusse o chi svolse quelle indagini che condussero poi al depistaggio”, che secondo Di Matteo bisogna scavare. Non certo nelle possibili inefficienze della magistratura di allora, dalla quale si è tirato fuori per una questione anagrafica: “Quando vennero avviate le indagini io non ero magistrato ma uditore, divenni magistrato a Caltanissetta e mi occupai solo di procedimenti ordinari fino al 8 dicembre del 1993. Entrai a far parte del gruppo di pm che si occupavano di distrettuale antimafia il 9 dicembre 1993 con processi che riguardavano solo la mafia e la stidda di Gela. Solo nel novembre del 1994 entrai a far parte” della distrettuale con “indagini avviate su dichiarazioni di pentiti che non avevo mai ascoltato. Questa è la verità oggettiva, non mi sono a nessun titolo mai occupato del primo processo sulla strage di via D’Amelio, quello delle dichiarazioni di Scarantino. Unico troncone che ho seguito in ogni parte è il ter”.

“E’ qui che crolla miseramente chi per screditare il mio lavoro vuole coinvolgermi in vicende che non ho vissuto e che altri hanno svolto”, ha concluso Di Matteo. Ad onore del vero anche nella sentenza del processo Ter, la Corte d’assise aveva messo in guardia dal “parto della fantasia” dei pentiti. Un giudizio che non scalfì le convinzioni di Di Matteo e Palma che proposero appello contro alcune assoluzioni.

Dal 25 luglio scorso Di Matteo ha scelto la strada del silenzio. Solo una dichiarazione nell’immediatezza dell’intervento di Borsellino per dire “io so chi ha cercato la verità” nei 25 anni zeppi di omissioni e lacune. Un concetto ribadito nell’unica deroga al silenzio. Durante la festa del Fatto Quotidiano, a cui ha partecipato nei giorni scorsi assieme al procuratore generale Roberto Scarpinato, mentre ragionava sulla mafia che “non spara più e i politici se li compra”, il magistrato ha sostenuto che “non c’è la volontà” di raggiungere la verità. Anzi, il suo processo, quello sulla Trattativa, “è diventato il bersaglio preferito da colpire, perché è il simbolo di quella pretesa della magistratura di fare luce a 360 gradi”.

L’audizione in Commissione per Di Matteo voleva essere l’occasione per allontanare il dubbio che anche lui possa avere contributo, in assoluta buona fede, alle lacune denunciate da Fiammetta Borsellino. La sua arringa non deve essere stata del tutto convincente se la presidente Rosi Bindi ha finito per prendere le distanze dalle sue dichiarazioni: “Non posso pensare che le domande che possono averla ferita che vengano da Fiammetta Borsellino siano finalizzate a screditare il suo lavoro piuttosto che ad accertare la verità ci terrei a ridimensionare le sue affermazioni. La Commissione Antimafia le è stata vicina fin dall’inizio, appena ci sono state le minacce di Riina nel 2013 nei suoi confronti, abbiamo sempre seguito il suo lavoro con grande rispetto, non abbiamo iniziato una inchiesta per non interferire sul processo Trattativa”.

 

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Fonte Live Sicilia

Roma, 14 settembre 2017

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