La Trattativa può non esserci stata. Ma di certo durerà in eterno

Totò Riina, il fratello Gaetano e i figli Giovanni e Giuseppe Salvatore

Indagini e processi infiniti. Il tempo passa e fa il “gioco” dell’accusa.

 “Morirò prima di arrivare a capire di cosa sono accusato”, disse Giovanni Conso, presidente emerito della Corte costituzionale e ministro della Giustizia del governo che, secondo i pubblici ministeri di Palermo, trattò con i boss durante la stagione delle stragi del ’92. Non era profetico, ma semplicemente realista alla luce dei suoi 95 anni. Ecco servito l’assist per la più classica delle frasi: “Si è portato i misteri nella tomba”.

Conso era sotto inchiesta per false dichiarazioni ai pm. Quale rappresentante dell’esecutivo guidato da Carlo Azeglio Ciampi, si sarebbe macchiato della colpa di non rinnovare oltre trecento provvedimenti di carcere duro per altrettanti mafiosi. Un tassello decisivo dello scellerato e presunto patto tra boss e pezzi delle istituzioni. Fu una decisione in “solitudine ”, disse Conso. Per scoprire come sarebbe andata a finire la sua vicenda giudiziaria avrebbe dovuto aspettare la fine del troncone principale del processo. Attesa vana.

Quando finirà? È proprio questo il punto. Conso si è spento nel 2015. Il tempo passa e l’età avanza. Si dice che parlare di morte allunghi la vita. Al netto delle credenze popolari e dei dovuti scongiuri, chi è ancora sotto processo ha tutto il diritto di avere fretta. Con un certo cinismo giudiziario si potrebbe dire che poco importa dell’esito del dibattimento a gente come Totò Riina (classe 1930) e Leoluca Bagarella (classe 1942) già sepolti all’ergastolo.

Discorso diverso per chi ha ricoperto incarichi istituzionali o indossato la divisa come Nicola Mancino e Antonio Subranni che hanno superato gli ottant’anni. O i più giovani Calogero Mannino e Mario Mori. Mannino merita una citazione a parte, visto che per fare in fretta aveva deciso di farsi giudicare in abbreviato. Dopo l’assoluzione di primo grado è appena iniziato il processo d’appello. È la storia di un abbreviato infinito.

Il 7 settembre si saprà a che punto è il lavoro del perito incaricato dalla Corte d’assise di Palermo per trascrivere i dialoghi carcerari di Giuseppe Graviano piovuti sul processo quando si intravedeva all’orizzonte la sentenza. L’indagine sulla trattativa Stato-mafia è approdata alla fase processuale nel luglio del 2012 quando gli atti – 120 faldoni via via aumentati di numero – furono trasmessi dalla Procura al giudice per le indagini preliminari Piergiorgio Morosini. Il rinvio a giudizio degli imputati fu deciso il 7 marzo 2013. Se tutto va bene il processo di primo grado potrebbe concludersi prima che arrivi il prossimo caldo estivo.

Da quel terribile ’92 sono trascorsi venticinque anni. Il fattore tempo ha il volto rugoso degli imputati, ma non solo. Anche dei tanti testimoni anziani citati in questi anni: da Carlo Azeglio Ciampi a Oscar Luigi Scalfaro, da Giorgio Napolitano ad Arnaldo Forlani.

La recente cronaca impone di guardare un’altra faccia segnata dal tempo, quella di Bruno Contrada, 86 anni, perquisito pochi giorni fa su input della Procura di Reggio Calabria. I poliziotti cercavano riscontri a ipotesi per cui è necessario scavare nel passato remoto. C’è chi parla di accanimento e chi di necessaria ricerca della verità. E qui il fattore tempo si fa decisivo. In Italia il principio di non colpevolezza vale fino a quando la Cassazione non rende definitiva una condanna, figuriamoci per le indagini sulla Trattativa che finora hanno prodotto solo le assoluzioni passate in giudicato di Mario Mori e Mauro Obinu e di Calogero Mannino in primo grado.

Si rafforza la sensazione che si continui a rimestare nel passato per tenere vivol’impianto accusatorio nel presente e proiettarlo nel futuro. Un futuro in cui la ricostruzione storica varrà più di quella giudiziaria e i sospetti più delle prove. Non importa che nel frattempo siano arrivate delle assoluzioni e qualcuno dei protagonisti di quella stagione, come Conso, non c’è più. Conta alimentare il mistero, popolarlo di canaglie di Stato, ingrossare i fascicoli con i racconti di pentiti smemorati e intercettazioni dell’ultim’ora, aspettando che la memoria si faccia labile. Magari per potere dire che le cose siano andate esattamente come non si è riusciti a dimostrare. A quel punto ci saranno già dei colpevoli senza che, è il caso di Conso, abbiano più diritto di difesa.

E il mistero resta sempre in piedi in attesa che un altro Antonio Ingroia, il ‘padre’ delle indagini sulla Trattativa, si faccia avanti per avviare una nuova inchiesta che andrà avanti per decenni. La Trattativa può non essere esistita, ma di questo passo durerà in eterno.

 

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Fonte Live Sicilia

Palermo, 22 agosto 2017

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