La polemica – Cara sindaca Raggi, il pm Di Matteo non è un santo vivente. E’ stato un errore dargli la cittadinanza onoraria di Roma e le spiego perché

Il pm antimafia Nino Di Matteo con la sindaca Virginia Raggi

Della sua storia è stato cancellato (quasi) tutto. Per esempio famosa fu la sua sfuriata con tanto di uscita sbattendo la porta, contro Pignatone

Lui, il pm più blindato in Italia e forse in Europa, Nino Di Matteo, è emozionato, orgoglioso, soddisfatto. Nella sala capitolina del Campidoglio la sindaca Raggi ha offerto al futuro ministro dell’Interno del governo Cinque Stelle, la cittadinanza romana: «Sono onorata di potere annoverare tra i nostri concittadini anche Antonino Di Matteo, che era cittadino di Roma ben prima di oggi, lo era nei nostri cuori quando, con determinazione e tenacia ha affrontato la lotta alla mafia. Ha aperto tutte le segrete che a lungo erano state chiuse perché i cittadini non dovevano sapere».

Il culto della personalità

Parole che generano in chi ha vissuto se non tutta una parte della tragica stagione palermitana, un profondo senso di smarrimento. Intanto perché con la fine di Mao Tse Tung, dopo Stalin, il culto della personalità sembrava relegato solo a quei poveri nordcoreani – dopo la fine di Gheddafi – che si devono sorbire Kim Jong un. E invece la grillina Raggi si concede a un elogio sperticato per il prescelto, negato per ben altri concittadini o figli prediletti della capitale.

Come diventare un santo

Sarà che la storia orale ingigantisce sempre i fatti e i personaggi, ma l’idea di fondo che Di Matteo «con tenacia e determinazione abbia affrontato la lotta alla mafia» lascia perplessi. Non perché non abbia combattuto con determinazione e tenacia, ma per i risultati raggiunti da questo sforzo sovraumano non può certo dirsi soddisfatto. A meno che non intenda i suoi insuccessi figli di un complotto paramafioso. E qui c’è proprio un mistero. La colpa della manipolazione della storia non ė solo della sindaca di Roma Raggi ma di tutte quelle associazioni antimafia dure e pure, naturalmente in prima fila le agende rosse di Salvatore Borsellino, che hanno  trasformato Di Matteo in un mito-santo vivente.

Al Comune senza il blindato

Il magistrato più scortato d’Italia, che ha rifiutato di utilizzare un mezzo corazzato militare, il Lince, in Campidoglio, ricevendo la cittadinanza, ha attaccato la politica: «Il sistema normativo in vigore garantisce sostanziale impuntià ai corrotti/collusi. Nel DNA delle mafie c’è la ricerca del rapporto con la politica». E oggi che sembra solo «parcheggiato» alla Procura nazionale antimafia, in attesa dell’avventura politica con i Grillini (questa è l’indiscrezione accreditata negli ambienti Cinque Stelle), Di Matteo vive di luce riflessa. Ha bisogno di alimentare una rappresentazione di sé che rasenti il Mito. Ecco perché si esalta il suo essere il famoso cammello che passa attraverso la cruna dell’ago. È il Mosé che conduce il popolo antimafia nella terra promessa della verità.

Un passato che torna

Eppure, della sua storia è stato cancellato (quasi) tutto. Per esempio, ricordano a Palermo, famosa fu la sua sfuriata con tanto di uscita sbattendo la porta, quando l’attuale procuratore di Roma, allora aggiunto a Palermo, Giuseppe Pignatone, decise di perseguire Totò Cuffaro per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra mentre i duri e puri alla Di Matteo volevano mandarlo a processo per concorso esterno all’associazione mafiosa. L’ex governatore della Sicilia ha scontato in carcere 6 anni e passa per favoreggiamento. E che dire del Borsellino bis? Lui giovane Pm antimafia di Caltanissetta si bevve la storia di Scarantino, insieme ad altri Pm e alla squadra di investigatori guidata allora da Arnaldo La Barbera. E quando Scarantino ritrattò, Di Matteo sospettò che i suoi legali pilotarono la ritrattazione. Poi arrivò l’ultimo pentito, Spatuzza, che raccontò un’altra storia fornendo riscontri inoppugnabili.

Prossimo ministro dell’Interno?

In attesa che il processo sulla trattativa Stato-Mafia arrivi a sentenza, e dopo aver ricordato che il suo antefatto, la mancata cattura di Bernardo Provenzano si è conclusa con l’assoluzione degli ufficiali dell’Arma dei carabinieri Mori e Obinu, la carriera di Di Matteo Pm a Palermo ha vissuto di processi giunti a sentenza di condanna ma anche con l’assoluzione degli imputati. Nino Di Matteo oggi  ha accolto con gioia la cittadinanza romana. Bisognerà aspettare per capire se effettivamente accetterà la proposta di ministro dell’Interno di un ipotetico governo dei Cinque Stelle. Intanto, a Roma c’è chi ironizza: Abbiamo sopportato Caligola e Nerone, figuraci Di Matteo».

 

di Guido Ruotolo

Fonte Tiscali

Roma, 26 luglio 2017

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