La lotta tra carabinieri dietro la fuga di notizie

Inchiesta Consip, il trasferimento non gradito del mitico “capitano Ultimo” ha generato la faida all’interno dell’Arma che si è consumata a colpi di “indescrezioni”.

Dietro la clamorosa decisione del procuratore Giuseppe Pignatone di togliere le indagini Consip al reparto Noe dei carabinieri, ci sarebbe un fortissima tensione nella catena di comando dell’Arma. Attriti e dissensi che nascono dal trasferimento dell’ormai ex vicecomandante operativo dello stesso Noe, il mitico Sergio De Caprio alias Capitano Ultimo.

Comprenderli significa anche rispondere a un interrogativo che il profano si pone già di fronte al- perché un reparto denominato Nucleo operativo ecologico, istituito per perseguire i reati ambientali, è impiegato in indagini sulla corruzione? Il merito è anche di carabinieri del valore e dell’intraprendenza dello stesso De Caprio. Lui, insieme con altri ufficiali, si è trovato una quindicina di anni fa in una complicata situazione: era al Ros, il reparto guidato in passato da Mario Mori e che in seguito alle disavventure giudiziarie di quest’ultimo aveva perso parte dell’antico prestigio. È per questo che all’inizio degli anni Duemila De Caprio ed altri chiedono di essere trasferiti al Noe, reparto dedito appunto alla tutela dell’ambiente ma che godeva già di alcune prerogative importanti, a cominciare dalla possibilità di operare sotto copertura. Proprio la presenza di militari del valore di Ultimo ha fatto sì che il Noe acquisisse mandati investigativi che altrimenti non gli sarebbero stati assegnati. Comprese indagini contro la pubblica amministrazione.

Nel Noe, De Caprio assume qualche anno fa il ruolo di vicecomandante operativo. Il massimo grado a cui potesse aspirare con il suo grado, che non era e non è ancora quello di generale. Nell’estate del 2015 il primo duro colpo: il comandante generale Tullio Del Sette riorganizza il Noe e sottrae al vicecomandante De Caprio le funzioni di polizia giudiziaria. Ma dal suo ufficio nel quartiere Aurelio a Roma, Ultimo continua a esercitare una forte influenza sui militari abituati ormai a considerarlo un punto di riferimento. Gode di eccellenti rapporti con gran parte della magistratura inquirente. Non fa eccezione la Procura di Napoli e in particolare il pm Woodcock. Nei mesi scorsi si sviluppa l’indagine sul caso Consip, di cui in questi giorni si è saputo praticamente tutto.

Il lavoro investigativo è condotto appunto dal Noe, istruito da Woodcock e dalla sua collega Celeste Carrano. L’incrinatura fatale arriva a fine 2016, quando Del Sette decide di assegnare De Caprio a un nuovo incarico. Non più al Noe ma al “reparto Interno” dell’Aise, il servizio segreto sull’estero. Un secondo schiaffo, almeno così lo vive De Caprio. E pure i suoi uomini: la seconda linea di comando, i tanti marescialli che lavoravano con Ultimo al Noe, sono agitatissimi. Pare che a Del Sette e al direttore dell’Aise Alberto Manenti esprima un forte dissenso lo stesso Woodcock. Arriva un nuovo vicecomandante operativo, ma è come se i vertici del Noe continuassero a riconoscersi nella leadership virtuale di De Caprio, e in ogni caso lavorano con la stessa determinazione di sempre sull’inchiesta Consip.

Nell’ambito dell’indagine, nello stesso periodo, finisce indagato anche il comandante Del Sette. Le fibrillazioni a quel punto, com’è immaginabile, diventano fortissime. È in questo clima che si verificano le ripetute sconcertanti «rivelazioni di notizie coperte da segreto», come le definisce propriamente la Procura di Roma nel comunicato diffuso sabato scorso.

Risentimento? Rancore? E con quali conseguenze? De Caprio potrebbe avere le sue ragioni per nutrire tali sentimenti. Si è visto trasferito e nello stesso tempo mortificato nell’aspirazione di acquisire il grado di generale. Si è reso conto di non essere tra le figure dell’Arma in stretta relazione di fiducia con l’esecutivo. Guarda a Emanuele Saltalamacchia, destino opposto al suo: comandante provinciale a Firenze, diventa generale senza neppure essere costretto a trasferirsi, perché gli viene assegnato come nuovo incarico il comando regionale sulla Toscana. Saltalamacchia, per inciso è a sua volta indagato per gli stessi reati contestati a Del Sette e Lotti: rivelazione di segreto e favoreggiamento. Tutto filtrato, come per gli altri due, dalle carte dei pm alla stampa.

È un reato. Ad accertare chi l’ha commesso saranno altri carabinieri, del Nucleo investigativo di Roma. A cui ora la Procura capitolina ha deciso di affidarsi, forse anche per evitare che un fascicolo già caldissimo si arroventi ancor di più per le tensioni tra il Noe e il vertice dell’Arma.

di Enrico Novi

Fonte IlDubbio

Roma, 7 marzo 2017

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