JUSTICE NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Per il PM Di Matteo le sentenze definitive, non contano.

Nella sua arringa di ieri, al processo sulla cosiddetta presunta trattativa, l’Avv. Musco del collegio della difesa del Generale Mori, ha richiamato il principio del “ne bis in idem”, rilevando come il processo in corso sia la fotocopia del precedente processo “Mori-Obinu” già concluso con un’assoluzione definitiva, ed elencando i molti elementi comuni dei due processi, sia con riferimento alle circostanze di reato contestate, sia agli elementi documentali e testimoniali introdotti al dibattimento.

La conseguenza di tali analogie, la si vede bene nelle requisitorie dei procuratori, dove i magistrati, nel giungere alle proprie valutazioni conclusive, non paiono tenere nel minimo conto le conclusioni già scritte in una sentenza definitiva, sugli stessi identici elementi.

Questa situazione emerge ad esempio, con riferimento al cosiddetto “papello” introdotto agli atti da Massimo Ciancimino, sul quale, secondo i giudici del processo Mori-Obinu, non c’è alcuna certezza di autenticità, anzi:

“…la precaria attendibilità, anche sullo specifico tema, di Massimo CIANCIMINO non consente di individuare nelle sue dichiarazioni unaconferma della esistenza del “papello”. Né soccorre la avvenuta produzione del documento, atteso che sulla autenticità dello stesso va mantenuta ogni riserva alla stregua dei rilievi già sopra esposti, concernenti anche la buona predisposizione del CIANCIMINO alla fabbricazione di documenti falsi.”

A queste conclusioni la corte arriva dopo decine e decine di pagine di ricostruzioni logiche e fattuali, assolutamente incontrovertibili, tant’è vero che sono state ratificate in sede di ricorso. Invece, per Di Matteo, continua ad essere un documento certamente autentico, e per sostenere la sua tesi il magistrato sovverte le conclusioni della precedente sentenza, su vari punti. Uno di questi punti, riguarda il famoso post-it appiccicato al papello di Massimo Ciancimino, dove è riportata la scritta olografa di don Vito: “Consegnato spontaneamente al colonnello Mori del Ros.”

Sul punto, riferisce Antimafia duemila: “E a chi sostiene che quel post-it fosse riferito ad una copia dell libro “Le mafie”, consegnato da Vito Ciancimino a Mori, il pm ha ribattuto: “Che senso ha che chi scrive un libro, un documento destinato alla diffusione, annoti ‘consegnato spontaneamente a Mori’?”.

Ecco. Il problema è che fra “chi sostiene che quel post-it fosse riferito ad una copia dell libro “Le mafie” non ci siamo solo noi comuni cittadini, ma c’è una sentenza di Stato, definitiva, che già spiega a Di matteo, con 4 anni di anticipo, che senso ha quell’annotazione, pronunciandosi come segue:

“… al di là delle notazioni già formulate a proposito della sintomatica incoerenza ravvisabile nelle specifiche dichiarazioni del CIANCIMINO, la frase manoscritta di Vito CIANCIMINO, a ben considerare, smentisce la versione del figlio.

Ed invero, se il col. MORI fosse stato effettivamente l’intermediario della “trattativa”, la consegna a lui del “papello” sarebbe stato uno sviluppo assolutamente consequenziale, cosicché non si comprenderebbe per quale ragione Vito CIANCIMINO avrebbe dovuto annotare che la dazione del documento era avvenuta “spontaneamente”, avverbio che evoca, al contrario, uno scenario in cui il mettere a parte l’imputato del documento sarebbe stato frutto non di una scelta inevitabilmente collegata al preteso ruolo del predetto, ma, semmai, di una iniziativa estemporanea e personale del CIANCIMINO, svincolata dallo stretto coinvolgimento nella vicenda del destinatario. La riflessione lascia ampio spazio alla possibilità, prospettata dall’imputato MORI in occasione delle spontanee dichiarazioni rese nella udienza del 2 marzo 2010, che il post-it sia stato, in realtà, attaccato da Vito CIANCIMINO alla bozza del libro “Le Mafie” che ebbe a consegnargli nel corso del 1992.”

Ma non solo. Esiste un documento, di cui evidentemente Di Matteo si è dimenticato, scritto da don Vito di proprio pugno, dove si può leggere questo: “”… a questo punto ritengo doveroso iniziare ad integrare il mio libro “Le Mafie”, che ho scritto a Rotello, in domicilio coatto, per decisione della Magistratura palermitana. Là ero stato inviato dal più “eletto” della categoria il “sommo” Giovanni Falcone, di cui ho ampiamente riferito nel mio libro “Le Mafie”. Tale libro, inedito, DA ME È STATO CONSEGNATO NELL’OTTOBRE 1992 SPONTANEAMENTE AL COLONNELLO DEI CARABINIERI MARIO MORI COMANDANTE DEI ROS e poi nel febbraio successivo venne acquisito, col mio pieno consenso, dall’allora Procuratore della Repubblica Giancarlo Caselli mentre mi trovavo detenuto nel carcere di Rebibbia

Quindi, ricapitolando:

1) esiste la prova scritta che don Vito riteneva di avere “CONSEGNATO [copia del libro “Le mafie”] NELL’OTTOBRE 1992 SPONTANEAMENTE AL COLONNELLO DEI CARABINIERI MARIO MORI COMANDANTE DEI ROS”

2) una corte di giustizia, nel replicare ad un elemento d’accusa proposto dal PM Di Matteo nel processo Mori-Obinu, rileva l’esistenza di tale prova, e sulla base di questa ed altre ricostruzioni logiche conclude che il post it non poteva essere appicciato, in origine, al papello, bensì più verosimilmente al manoscritto “le mafie”

3) Dopo 4 anni, in un altro tribunale ed in un processo fotocopia contro lo stesso imputato, lo stesso PM ripropone gli stessi precedenti elementi già stigmatizzati come erronei al termine di un processo, come se non fossero esistiti il precedente processo e la precedente sentenza.

Così le aule di giustizia vengono trasformate in saloni mediatici in stile “processo del lunedì” e “appello del martedì”, dove si può, come al bar sport, dire e ridire tutto e il contrario di tutto in barba a diritto, leggi, codici, e costituzione.

di Massimo Martini

Roma, 10 febbraio 2018

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