INTERVISTA «CACCIARE I NEMICI? MEGLIO USARLI COME FONTI»

Il generale Mori e i segreti di Stato «Spie nascoste nelle ambasciate Ma anche tra sportivi e giornalisti».

«LE ESPULSIONI? Si fanno solo quando l’autorità politica lo chiede. E va bene. Ma se dirigessi ancora un servizio e avessi individuato una spia mi guarderei bene dal cacciarla. Cercherei di usarla. Di portarla al mio servizio, o altrimenti se questo non fosse possibile la terrei sotto controllo, occasionalmente ‘intossicandola’, o tenendomi pronto a farlo, con notizie false». Il generale e prefetto Mario Mori è stato capo del Ros e direttore del Sisde dal 2001 al 2006, e di controspionaggio se ne intende. E la notizia della maxi-espulsione di diplomatici russi non lo sorprende. Prefetto Mori, quando dice che le spie individuate è meglio usarle parla in via di principio o cosi davvero lei faceva, a suo tempo? «Mica tanto in via di principio.
Diciamo che noi italiani se individuavamo un agente di un Paese avverso cercavamo di non bruciarlo. Se lo avessimo espulso avremmo avuto subito una misura uguale e contraria contro uno dei nostri e poi ci sarebbero voluti tre o quattro anni per trovare il nuovo agente inviato in sostituzione di quello espulso. Una perdita di tempo.
Quindi, li si espelleva solo se davano davvero noia, altrimenti li si coltivava o metteva sotto controllo, depotenziandoli. Tra di noi circolava una battuta. La differenza tra un ufficiale di polizia giudiziaria e uno dei servizi? Il primo sogna di arrestare un capo terrorista, il secondo di farlo diventare una sua fonte». (ride). È vero che certe ambasciate pullulano di spie? «Diciamo che certe ambasciate ne hanno di più. Comunque il personale di certe ambasciate, quando arriva, viene sottoposto a screening dai servizi. I novellini sono meno sospetti, degli altri si cerca di ricostruirne la storia professionale, si sentono i servizi amici per sapere se sono già in un qualche loro database, e spesso la caccia è fruttuosa. Dei 113 russi espulsi credo che al massimo la metà fosse davvero una spia, specie in America dove ne hanno espulsi 60. Ma serviva fare numero…».
Oltre ai diplomatici, dove si nascondono le spie? «In molti ambienti. Uomini d’affari, sportivi, artisti, giornalisti. Tutti, se possono, usano i giornalisti perché hanno accesso a fonti privilegiate e luoghi di interesse e pur facendo domande non destano sospetti. Ovviamente è molto più facile che accada dove la stampa non è libera». Come si ‘compra’ un agente nemico, con i soldi? «Dipende. Bisogna studiare bene il personaggio, se ha debolezze. I soldi sono una opzione. I vantaggi di altri tipo anche. Alcuni servizi usano anche le donne, ma molto meno di quanto si vede nei film». Quanti agenti segreti di Paesi ostili operano in Italia? «Se fossi ancora in servizio le direi: informazione classificata.
Oggi le dico: di quelli pericolosi diciamo parecchie decine. Che gestiscono centinaia di contatti». Quanto restano nel Paese? «Anche molti anni. Del resto se hanno una buona copertura, perché no?». Sono molti quelli russi? «Certo. La Russia è sempre stata molto attiva. Ai tempi della guerra fredda per avere informazioni poltico-militari, oggi economico-militari. Oltre che nelle attività classiche sono molto bravi a creare i cosiddetti ‘agenti di influenza’, spesso dei politici che magari senza rendersene conto definiscono orientamenti favorevoli alla Russia. Anche gli inglesi sono molto bravi in questo. Inglesi e russi sono la crème de la crème».
E gli americani? «Hanno molte risorse. Hanno una intelligence elettronica favolosa e ricca, ma sul piano dell’intelligence umana sono meno forti e a volte ingenui. Mi ricordo che nella vicenda della rendition di Abu Omar il gruppo della Cia scese a Milano in due hotel quattro stelle e usò passaporti e carte di credito personali. Niente nomi di copertura. Ma come si fa, neanche su Topolino….».
Roma, 28 marzo 2018
Fonte La nazione

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