Il pm parla da ministro e detta la linea sul Cav e la giustizia

La domanda è sempre la solita, da anni. Può un magistrato in servizio intervenire nel dibattito politico esprimendo giudizi molto critici contro il sistema dei partiti, accusando la classe dirigente del Paese di essere inquinata dalle infiltrazione mafiose? La questione diventa ancora più delicata se il magistrato in questione è anche il pm titolare dell’indagine di uno più importati processi attualmente in corso, quello sulla “trattativa” Stato- mafia, la cui sentenza è attesa a Palermo per la fine della prossima settimana.

Stando alla non reazione del Csm, del ministro della Giustizia e del procuratore generale della Corte di Cassazione, titolari dell’azione disciplinare per le toghe, parrebbe proprio di sì. Le parole pronunciate dal pm antimafia Nino Di Matteo dal palco della Sum02#, l’evento organizzato dall’associazione di Gianroberto Casaleggio lo scorso fine settimana ad Ivrea, sono state decisamente dure e seguono quelle pronunciate contro le “degenerazioni nel Csm” per le quali è stata però chiesta una pratica a tutela dal consigliere laico di Palazzo dei Marescialli, Antonio Leone. «E’stato stipulato un patto con Cosa nostra, intermediato da Marcello Dell’Utri, che è stato mantenuto dal 1974 fino al 1992 dall’allora imprenditore Silvio Berlusconi» ha esordito Nino Di Matteo.

«Nel nostro Paese è ancora forte il partito di chi ha interesse che il sistema giustizia non funzioni», ha proseguito il pm, secondo cui «il sistema mafioso è il più grave fattore di inquinamento e compro- missione nella nostra democrazia». Poi l’affondo: «La questione mafiosa riguarda tutto il Paese e riguarda la nostra classe dirigente. E’ ormai evidente la compenetrazione tra la mafia e il potere, anche istituzionale e politico» in «un desolante silenzio dei partiti sulla mafia. Ancora oggi gran parte della politica non capisce o finge di non capire la gravità della questione perché accetta il sistema mafioso come parte necessaria,per certi versi perfino utile, del sistema Paese. Nell’ultima campagna elettorale c’è stato un desolante silenzio da parte dei partiti sul tema mafia e giustizia a due velocità, forte e spietata con i deboli, timida e timorosa con i forti. Su oltre 50mila detenuti pochissimi stanno scontano una pena detentiva per corruzione».

Per invertite la rotta, questa la ricetta di Di Matteo: «Rafforzamento degli strumenti investigativi più efficaci e quindi ampliamento dei mezzi per consentire le intercettazioni; previsione dell’utilizzo degli operatori sotto copertura anche per i reati di corruzione; riforma delle norme sulla prescrizione che preveda che il decorso del termine cessi nel momento in cui lo Stato azioni la sua pretesa», cioè dalla richiesta di rinvio a giudizio. E ancora: «Parallelamente penso alla necessità di un affievolimento del processo accusatorio. Quindi innalzamento delle pene del sistema sanzionatorio dei reati di corruzione, del voto di scambio e di tutti i delitti tipici della criminalità dei colletti bianchi. Infine penso alla certezza della pena. Il nostro non può continuare a essere il Paese delle amnistie e degli indulti mascherati». Un accenno, poi «all’indispensabile difesa dell’autonomia della magistratura, non privilegio di casta. Vado in controtendenza, non considero un buon segno pochi magistrati in Parlamento ( attualmente Cosimo Ferri, eletto nel Pd e Giusi Bartolozzi, eletta in FI, ndr). Abbiamo bisogno di politici che hanno a cuore l’indipendenza della magistratura».

Infine una richiesta di «verità sulle stragi» perché «non ci possiamo accontentare ma dobbiamo dare un nome a quelle entità che hanno condiviso con i mafiosi l’esecuzione delle stragi. Uno Stato autorevole, un governo libero, una commissione antimafia decisiva non possono fermarsi temendo che sia troppo scomoda e scabrosa. La sfida che ci attende va molto al di là. Non ne posso più di sentire parlare solo di produttività e statistiche». «La strada è piena di insidie e tranelli. Ai soggetti che hanno interesse che il sistema giustizia non funzioni, e sono tanti e spregiudicati e trasversalmente presenti, dobbiamo, dovete saper contrapporre con tenacia il suono della giustizia», ha concluso Di Matteo fra gli applausi della estasiata platea grillina che vede in lui il miglior ministro della Giustizia possibile.

Fra le reazioni, quella dell’ex direttore di Panorama e ora deputato di FI Giorgio Mulè: «Ho ascoltato con attenzione i trenta minuti del comizio di Nino Di Matteo, un monologo sconvolgente che avrebbe dovuto già provocare una sollevazione in tutti coloro che hanno a cuore lo stato di diritto in Italia. E invece tacciono i titolari dell’azione disciplinare, tace il Csm e ovviamente tace l’Anm. E se è vero che chi tace acconsente, allora siamo davvero a una sottovalutata e pericolosissima vigilia di un periodo del terrore ove mai i 5Stelle dovessero avere la responsabilità di governare il Paese», ha aggiunto il parlamentare azzurro, per il quale «le parole del magistrato, con l’indicazione dei provvedimenti da adottare in materia di giustizia, con i massimi dirigenti del Movimento a spellarsi le mani in segno di approvazione, sono l’anticamera della morte delle garanzie in Italia».

LASCIA UN COMMENTO