Il partito di Di Matteo

Da “Scorta civica” alle “Agende rosse”, da Beppe Grillo ai santoni dell’antimafia chiodata Ecco il vasto mondo che, non senza fanatismi, sostiene il pm palermitano della Trattativa

Lui, il pubblico ministero più scortato d’Italia, ufficialmente non ci pensa nemmeno. Non ha tempo da perdere né con i furti né con le rapine né con gli assegni a vuoto. Figurarsi se potrà mai dedicare un minuto del suo tempo alle sirene della politica. Lui, Antonino Di Matteo, sostituto procuratore a Palermo, appena promosso alla Direzione nazionale antimafia, tira dritto per la sua strada: chiamato ad esplorare le lontane terre del male, cerca da quasi quattro anni di dimostrare al mondo e ai giudici della Corte d’Assise le indicibili verità nascoste dietro la scellerata trattativa di 25 anni fa tra la mafia e alcuni pezzi deviati dello Stato. Un compito enorme, che non può lasciare spazio a nessuna distrazione e a nessuna interferenza. E se qualcuno sventuratamente si azzarda a ipotizzare una sua discesa in campo magari con i Cinque stelle di Beppe Grillo – che pure se lo è accaparrato come futuro ministro dell’Interno – verrà segnato a dito a dir poco come fiancheggiatore delle cosche: “Quelli che avanzano una tale ipotesi in realtà vogliono delegittimarlo”, tagliano corto i ragazzi che da Palermo a Torino, da Cagliari a Treviso, lo portano in palmo di mano.

 

“Io sto con Di Matteo”. Non si contano gli striscioni di solidarietà. Campeggiano dall’aeroporto di Palermo al municipio di Torino”

Loro, i ragazzi che lo osannano, sono tantissimi e bene organizzati. Ammirano il suo coraggio, la sua tenacia, la sua determinazione. Trepidano per le minacce di morte che la mafia gli ha ripetutamente lanciato addosso e per aiutarlo a prevenire ogni insidia e ogni pericolo hanno fondato un’associazione di volontari chiamata “Scorta civica”. Una rete di solidarietà che batte in lungo e in largo l’Italia per aggregare, attorno all’amatissimo magistrato, consensi e sensibilità; per invitare le amministrazioni di città piccole e grandi ad esporre striscioni giganteschi con la scritta “Io sto con Di Matteo”, ad ospitare dibattiti e convegni sulle trame oscure che ancora ammorbano questo paese, a mobilitarsi in ogni scuola e in ogni circolo per dare la rappresentazione fisica che il pm della Trattativa non è non sarà mai un cavaliere solitario “ma l’interprete di una Italia che finalmente dice basta alle compromissioni e alle complicità”.

 

A giudicare dai risultati, i ragazzi di “Scorta civica” non hanno nulla da invidiare a una gioiosa macchina da guerra. Trovi gli striscioni giganteschi, quelli della solidarietà, attaccati nella terrazza dell’aeroporto di Palermo, nel balcone del municipio di Torino, nel regno del sindaco Luigi De Magistris a Napoli, nella casa comunale di Jesi. La vicinanza con il pm della Trattativa non ha confini e lo dimostrano anche le cittadinanze onorarie che le amministrazioni comunali, a cominciare dalla Roma di Virginia Raggi, gli hanno voluto conferire in questi ultimi quattro anni. I ragazzi che si sono presi la briga di contarle sostengono che sarebbero più di centocinquanta: “Se le incorniciassimo tutte, per appenderle non basterebbero le pareti di tre stanze”, annotano con legittimo orgoglio.

 

“C’è un grande pozzo nero da smascherare: è lo Stato-mafia, scritto sempre e non a caso con un trattino piccolo piccolo”

Nel grande arcipelago dei sostenitori, oltre a quelli di “Scorta civica”, troneggiano i militanti di “Agende rosse”, un movimento nato per fiancheggiare “senza se e senza ma” non solo Nino Di Matteo ma anche tutti i magistrati dell’Oltremafia: di quella corrente di pensiero cioè secondo la quale dietro Cosa nostra c’è sempre un intrigo criminale di poteri occulti, di trame oscure, di complicità e protezioni inconfessabili. Un pozzo nero, insomma, tutto da esplorare, tutto da smascherare: è lo Stato-mafia, scritto così, con un trattino piccolo piccolo, per significare che le due “entità” sono fatte della stessa pasta, spinte dalla stessa vocazione delittuosa e accomunate dalle stesse compromissioni.

 

Chi spezzerà il filo rosso che lega il mondo sanguinario della lupara e del tritolo alle stanze opache del potere, chi svelerà la trattativa perenne tra i rozzi boss delle stragi mafiose e gli insospettabili pupari in doppiopetto che amministrano da sempre appalti e corruzione? Le “Agende rosse” non hanno dubbi: Nino Di Matteo. Lui e solo lui. E per rendersene conto basta leggere il bollettino della “Confraternita della Trattativa”, un sito nato e cresciuto tra le pieghe dell’antimafia chiodata con il solo scopo di sostenere perinde ac cadaver le tesi dell’accusa al processo che da quattro anni si celebra davanti alla Corte d’Assise, nell’aula bunker di Palermo. I pubblici ministeri assegnati a quel processo sono addirittura quattro, e tra i quattro c’è pure un procuratore aggiunto, Vittorio Teresi. Ma la Confraternita ha occhi solo per Di Matteo. Date uno sguardo al sito: vi troverete un enorme striscione rosso sul quale non potrete non posare lo sguardo: ” Attentato a Di Matteo, chi e perché vuole uccidere il pm di Palermo”; vi troverete la locandina di una lunga intervista rilasciata alla tv araba Al Jazeera, quella del Qatar: “A very Sicilian Justice, il film sul processo Trattativa che la grande stampa italiana non vuole farvi vedere”; vi troverete la copertina del libro “Collusi”, scritto dal pm a quattro mani con Salvo Palazzolo, il cronista giudiziario di Repubblica per raccontare all’Italia che preferisce non vedere “perché politici, uomini delle istituzioni e manager continuano a trattare con la mafia”; vi troverete la cronaca di ogni suo intervento, anche quello sul “codice etico” che Grillo ha apprezzato tanto, al punto da volerlo riportare integralmente nel suo blog; vi troverete l’accorato appello ai parlamenti e alle forze politiche perché la corruzione venga trattata alla stregua della mafia; e vi troverete soprattutto i mascariamenti che il sito della Confraternita puntualmente indirizza contro chiunque si azzardi a sollevare un dubbio o una pallida critica sul processo di Palermo dove siedono, come imputati, accanto ai padrini di Cosa nostra, i generali dei carabinieri che nel ‘93 misero le manette ai polsi di Totò Riina, capo dei sanguinari corleonesi e regista maledetto della strage che sull’autostrada di Capaci stroncò la vita del giudice Giovanni Falcone, della moglie e degli uomini di scorta.

 

Ma ai chierici della Confraternita questi dettagli non interessano poi tanto. Loro hanno diviso il mondo in due parti: da un lato i buoni e i santi, cioè quelli per i quali non c’è altra verità se non quella fissata da Di Matteo nelle carte della Trattativa; dall’altro lato i reprobi, cioè quelli che tra le carte della maxi inchiesta non riescono a trovare né un movente né una prova e si ostinano ad affermare che questo processo è “una boiata pazzesca”.

 

“La Trattativa appare al popolo dei militanti come l’unico processo in grado di illuminare il nerofondo dei sistemi criminali”

Non sentono ragioni i confratelli della Trattativa. Giorgio Napolitano, da presidente della Repubblica, osò stoppare la baldanza dei pm che volevano rendere pubbliche le intercettazioni dei suoi colloqui con l’ex vice presidente del Csm, Nicola Mancino, accusato di falsa testimonianza? Napolitano non ha scampo: la Confraternita addita il Quirinale come un reliquiario di nefandezze. Il professore Giovanni Fiandaca, ordinario di Diritto penale, dice che il capo d’imputazione – “attentato a un corpo dello Stato” – difficilmente potrà reggere al vaglio del collegio giudicante? Fiandaca finisce di colpo nella lista nera, deriso e dileggiato manco fosse l’ultimo degli studenti iscritti a Giurisprudenza. Un giornalista, come chi firma questo articolino, scrive che l’inchiesta, sin dal suo nascere, fu trasformata in una campagna mediatica a sostegno delle ambizioni politiche di Antonio Ingroia, il pm che l’aveva costruita? Apriti cielo: un avvocaticchio della Confraternita affonda le mani nel letamaio delle memorie avariate e trova una gossip di trentaquattro anni fa in cui si dice che il giornalista ha parlato al telefono – al lupo, al lupo – con i terribili cugini Salvo, esattori di Salemi.

 

Nella Confraternita i compiti sono ben divisi, le gerarchie ben delineate. In testa c’è il Santone con le stimmate che campa girando da una scuola all’altra per catechizzare gli studenti, poveri studenti, sulle imperscrutabili verità dello Stato-mafia, sempre con il trattino piccolo piccolo. Oppure organizzando fantomatici “presidi di legalità” davanti al Palazzo di giustizia, ovviamente a sostegno della Trattativa e, velatamente, contro i vertici della Procura, indicati come i farisei della toga che ufficialmente non muovono obiezioni ma sotto-sotto sabotano non solo la missione ma anche la carriera di Di Matteo. Lo dimostra il fatto, si legge sul sito, che al coraggioso pm vengono assegnati ancora fascicoli di ordinaria giustizia e non lo si mette nelle condizioni di dedicarsi esclusivamente, ventiquattr’ore su ventiquattro, alla ricerca degli innominabili e degli innominati che da settant’anni si nascondono tra le pieghe dello Stato-mafia.

 

“Lo strano caso del caposcorta di Di Matteo che ha testimoniato contro i suoi ex superiori ed è finito imputato per calunnia”

Ma a fianco di Di Matteo non c’è solo la Confraternita, con il suo prezioso lavoro di indottrinamento e mascariamento. C’è un cerchio magico che raggruppa personaggi – alcuni certamente in buona fede – che come Enrico Toti hanno lanciato la stampella oltre la linea del fronte. Spinti dalla loro granitica fede nel dio dell’Antimafia e soprattutto convinti che nessuno potrà mai chiamarli a rendere conto di quello che hanno detto o fatto, questi fanatici Arcangeli della Trattativa si sono lanciati nella battaglia con una foga che non conosce confini. Basti pensare al maresciallo dei carabinieri Saverio Masi, che è il caposcorta di Di Matteo. Nel 2013, quando il mastodontico processo istruito da Antonio Ingroia finì nelle mani di Di Matteo, il maresciallo Masi si armò di coraggio e si trasformò in testimone d’accusa contro alcuni suoi superiori. Verbalizzò presunti retroscena sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano, il boss corleonese che aveva fatto da spalla a Totò Riina nella feroce stagione delle stragi, e illustrò i dettagli in una lunga deposizione davanti alla Corte d’assise, rispondendo alle domande formulate in aula dai pm della pubblica accusa, tra cui lo stesso Di Matteo, il magistrato con il quale Masi, di fatto, convive. Gli alti ufficiali finiti sotto accusa lo hanno però querelato e il maresciallo si trova ora con una imputazione coatta per calunnia e diffamazione. Chi verrà vedrà, certo. Ma l’imputazione, che va ad aggiungersi a una condanna per falso e tentata truffa già resa definitiva da una sentenza della Cassazione, non ha comunque modificato il suo rapporto con Di Matteo. Il quale, evidentemente, non dimentica i meriti antimafia e continua a considerare il suo caposcorta un uomo al di sopra di ogni sospetto.

 

Intoccabile Masi e intoccabile soprattutto Salvatore Borsellino, fratello di Paolo, il magistrato massacrato venticinque anni fa in via D’Amelio, che per Di Matteo e per tutta la Confraternita della Trattativa rappresenta una sorte di padre spirituale. Anzi un padre santo, proprio perché il suo nome e la sua storia riecheggiano la crudeltà e la santità del martirio.

 

Salvatore Borsellino è un uomo tutto di un pezzo. E che non perde l’occasione di buttare il cuore oltre l’ostacolo. Quando Paolo era in vita, tra i due fratelli non correva eccessivo buon sangue. Capita anche nelle migliori famiglie. E questo spiega forse il motivo per cui Salvatore irrompe sul palcoscenico dell’antimafia diciassette anni dopo la strage. Ma una volta che irrompe, in quel palcoscenico ci mette corpo e anima: fonda l’associazione delle “Agende rosse”, ricordando il mistero dell’agenda che le forze oscure dello Stato-mafia avrebbero trafugato dall’auto del giudice assassinato mentre le fiamme divampavano in tutta via D’Amelio; e si intesta in prima persona una campagna tanto meritoria quanto disperata: quella di convertire giudici, opinionisti, studenti e militanti che non esiste verità oltre quella della Trattativa e che il solo magistrato in grado di illuminare il nerofondo dei sistemi criminali è, manco a dirlo, Nino Di Matteo.

 

Ma le ragioni del cuore, si sa, non sempre coincidono con la ragione. E nasce il primo incidente: Salvatore Borsellino abbraccia in pubblico Massimo Ciancimino, reclutato da Ingroia come teste chiave dell’inchiesta sulla Trattativa e battezzato in fretta e furia come “nuova icona dell’antimafia”. Errore clamoroso. Perchè il giovane Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, si rivela ben presto un pataccaro e finisce in galera per calunnia.

 

“L’arte del “mascariamento”, gli abbracci col pataccaro Massimo Ciancimino.

I supporter che fanno il tifo per il pm Di Matteo vivono anche di queste cose”

Ma il buon Salvatore non mostra segni di pentimento: ha fatto quello che ha fatto per la maggior gloria della Trattativa, perché avere rimorsi? E per evitare che i tentacoli dello Stato-mafia potessero arrivare fino alla Corte d’assise di Caltanissetta, dove si celebrava il quarto processo per stabilire, dopo venticinque anni, verità e giustizia sulla strage di via D’Amelio, Salvatore Borsellino si è costituito parte civile ma “in difformità” rispetto agli altri familiari del giudice ucciso. In parole povere, con un suo avvocato personale. Una scena triste e paradossale: da un lato i figli di Paolo, assistiti dall’avvocato Francesco Crescimanno; dall’altro lato il fratello di Paolo, Salvatore, affiancato da Fabio Repici, un legale che i magistrati della Trattativa tengono in altissima considerazione: pensate che nel 2012, quando Ingroia voleva convincere Bernardo Provenzano a pentirsi, l’avvocato che entrava e usciva dal carcere speciale di Pavia per fiancheggiare i due “persuasori delegati” – i parlamentari Giuseppe Lumia e Sonia Alfano – era proprio Repici. Anche lui, come Enrico Toti, aveva lanciato il cuore oltre la linea del fronte.

 

Dentro il partito della Trattativa – o di Nino Di Matteo: il confine ormai è molto labile – Salvatore Borsellino è l’architrave, il pilastro portante. Parla sempre nel nome di Paolo, il fratello massacrato nella strage di mafia, e questo lo mette al riparo di qualsiasi critica: gli assegna, insomma, una sorta di immunità. E se qualcuno, sventuratamente, si permette di sottolineare, con tutto il garbo possibile, una sua contraddizione o un suo gesto inopportuno, apriti cielo. Salvatore Borsellino sale sulla macchina del fango e comincia a mitragliare il malcapitato con accuse di fuoco, al limite della volgarità. Sentite come reagisce poche settimane fa quando un giornalista di Livesicilia, che è il quotidiano più letto dell’Isola, gli fa pacatamente osservare che forse non era proprio il caso di paragonare il fratello Paolo al sindaco di Napoli, Luigi De Magistris: il Padre Santo dell’antimafia chiodata piglia di petto il giornalista e gli sputacchia addosso una carrettata di arsenico; poi tenta di sfregiare il direttore, e non ancora contento di tutto questo si lascia andare ad un commento che vale la pena riprodurre qui integralmente: “Se camminando ti capita di mettere un piede su degli escrementi non vai a cercare da quale orefizio anale sono venuti fuori”.

 

Ma, a parte l’eleganza del linguaggio, dal post di Salvatore Borsellino viene fuori un altro elemento fondante di questa forsennata antimafia: la facilità con la quale i puri e duri, che qui comunque non chiameremo né estremisti né fanatici, si consentono di criminalizzare l’avversario. Scrive il Padre Santo che Livesicilia è un giornale “al servizio dei veri mafiosi, quelli con il colletto bianco nei cui salotti si brindò il 23 maggio e il 19 luglio del 1992 in sincronia con le bottiglie di champagne che venivano stappate nelle celle dell’Ucciardone”. Quali mafiosi? Quali salotti? Il fratello del giudice ucciso si mantiene sulle generali, lancia le pietre e nasconde il randello. Nel ‘92, anno nero delle stragi, i ragazzi di Livesicilia andavano alle scuole elementari e la testata nemmeno esisteva, perché è nata sette anni fa. Ma a Salvatore Borsellino che importa della verità delle cose? A lui basta il messaggio di solidarietà e di conforto che gli ha fatto pervenire il fraternissimo amico Nino Di Matteo: “Caro Salvatore, l’articolo di Livesicilia è l’ennesima tappa di un percorso studiato per screditare e sfiancare chi ancora osa cercare e avere rispetto della verità”.

 

Quale verità? Boh. Tutti la cercano, nessuno la trova. Non l’ha trovata nemmeno il buon Di Matteo, che pure fu tra quei magistrati – lo ha appena ricordato Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo, in una drammatica intervista – che dopo la strage di via D’Amelio avallarono le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino, il falso pentito che con le sue scempiaggini fece in modo che nove innocenti venissero condannati all’ergastolo. Forse è la verità della Trattativa. O forse è la verità che ciascuno si costruisce nella propria mente, senza prove né riscontri. Perché la mente, annotava John Milton nel Paradise lost, “ha un suo regno e in quel proprio regno può trasformare l’Inferno in un Paradiso e il Paradiso in un Inferno”.

di Giuseppe Sottile

Fonte Il Foglio

Palermo, 24 luglio 2017

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