IL CASO – E Di Matteo perse le staffe…

I ROS INDAGANO SU MAFIA E APPALTI, BORSELLINO FORSE VIENE UCCISO PERCHÉ VUOLE PROSEGUIRE LE INDAGINI. PERÒ MAGISTRATURA E POLIZIA DEPISTANO SULL’OMICIDIO BORSELLINO, E ALLA FINE ALLA SBARRA CI FINISCONO I ROS…

Magistrati creduloni, e i paradossi di due sentenze che fanno a pugni.

Il Pm Nino Di Matteo ieri ha perso un po’ i nervi quando la nostra giornalista Valentina Stella, durante una conferenza stampa, gli ha chiesto conto della sentenza Borsellino- quater che di fatto ribalta le conclusioni a cui era arrivata la Corte di Palermo nel processo Stato- mafia. È chiaro che Di Matteo ha perso un po’ i nervi perché non vuol sentir parlare del Borsellinoquater, cioè di un processo nel quale si è accertato che gli investigatori che indagarono sull’uccisione di Borsellino furono coinvolti ( alcuni in malafede, altri, come lui, in buona fede) nel “più grande depistaggio della storia della repubblica”.

A Di Matteo non piace che si parli di quel processo: lui è uno di quelli che quando Scarantino ( il pentito indotto da alcuni inquirenti al depistaggio) iniziò a ritrattare, lo attaccò dicendo che la ritrattazione faceva parte della strategia mafiosa e che la prima versione di Scarantino era quella buona. Invece era la prima dichiarazione di Scarantino che faceva parte della strategia mafiosa. E serviva, sembra di capire dall’ultima sentenza, a coprire i mandanti della strage di via D’Amelio.

E’ inutile prendersela con Di Matteo. Del resto spesso alcuni magistrati fanno così.

Organizzano una conferenza stampa e accettano con il sorriso tutte le domande dei giornalisti amici. “ Si, è proprio come dice lei… ”. Poi vanno su tutte le furie se si alza una giornalista che ha voglia di criticare. Succede così anche in politica ( per la verità sempre di meno perchè ormai i politici hanno iniziato ad usare il metodo- 5- Stelle: nessuna domanda alle conferenze stampa). Niente di grave, comunque, Valentina Stella non se l’è presa e non si è sentita intimidita. I giornalisti bravi raramente si intimidiscono.

Resta però sul tappeto una questione grande come una casa. Diciamo così, l’eccesso di paradossi. Andiamo con ordine, cercando di non perdere l’orientamento.

Paradosso numero uno. C’è una sentenza di una giuria popolare ( primo grado) a Palermo che dice che ci fu una trattativa tra alcuni mafiosi, alcuni carabinieri e alcuni esponenti politici. In questa trattativa si stabilì che la mafia avrebbe sospeso le stragi del 92- 93 in cambio di alcuni favori dello Stato e della cancellazione del 41 bis ( il regime di carcere duro). Però non è stato accertato nessun favore, il 41 bis non è stato mai cancellato, e uno dei carabinieri che avrebbe condotto la trattativa, cioè il generale Mori, mentre donduceva la trattativa ( nel gennaio del 1993) catturò il capo della mafia, e cioè Totò Riina, il quale, secondo l’accusa, era quello che la trattata- va la stava guidando. Mah.

Paradosso numero due. In quella sentenza è stata decisa la condanna degli uomini che più di tutti gli altri – almeno tra i viventi – hanno contribuito negli anni novanta alla lotta alla mafia. E cioè alcuni ufficiali dei Ros tra i quali il già citato generale Mori. Ed è stata anche decisa invece l’assoluzione del mafioso Brusca ( quello che sciolse un bambino nell’acido) concedendogli ( in cambio delle sue accuse a Mori) le attenuanti sufficienti a far scattare la prescrizione.

Paradosso numero tre. La sentenza al Borsellino- quater dice che la reazione dello Stato all’assassinio di Falcone e Borsellino e poi alle stragi fu molto dura. E che questo fece fallire il piano di destabilizzazione della mafia. Dunque l’opposto delle conclusioni del processo Stato- mafia. C’è un processo che dice che dice che la trattativa ci fu ( ma non spiega cosa ottenne la mafia né porta prove) e un altro nel quale si accerta l’opposto Paradosso numero quattro.

La sentenza del Borsellinoquater ipotizza, attraverso le parole di pentiti ( autorevoli almeno quanto quelli del processo Sato- mafia, anzi, un po’ di più perché non hanno ottenuto premi per accusare nessuno) che il motivo della strage di via D’Amelio fu che Borsellino stava indagando su mafiaappalti. Cioè sul dossier preparato dal generale Mori ( appunto, il carabiniere antimafia condannato al processo Stato- mafia) e che inchiodava un bel pezzetto della borghesia imprenditoriale siciliana e continentale.

Paradosso numero cinque.

Il generale Mori, che aveva creato le condizioni per mettere le mani sui legami mafia- appalti, motivo, forse, per il quale fu ucciso Borsellino, viene indagato dal Pm Di Matteo ( che aveva creduto a Scarantino, cioè al depistatore) mentre altri magistrati ( tra i quali il mitico Scarpinato) archiviavano il dossier mafia- appalti mandando in fumo tutto il lavoro di Mori e anche di Falcone.

Io non provo nemmeno a trarre conclusioni. Se qualche lettore ha voglia di ragionare, ci provi lui…

di Piero Sansonetti

Fonte Il Dubbio

Roma, 4 Luglio 2018

 

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