Gli slogan non sorreggono i ponti

Il crollo disastroso del viadotto Morandi che ha fatto 35 morti a Genova era temuto da anni. C’è un grande progetto alternativo ma come al solito è bloccato da chi dice no a tutte le nuove infrastrutture.

Crolla il ponte Morandi sui tetti della Val Polcevera a Genova e la prima cosa a cui pensi è il fato di chi è morto perché passava di lì in quegli otto-nove secondi sbagliati, tanto è il tempo che ci metteva una macchina a coprire i duecento metri molto dritti di autostrada collassata quando non c’era traffico, e anche al fato di chi si trovava sotto e non avrebbe mai pensato che il pilone centrale in cemento armato si sarebbe afflosciato di colpo e il viadotto in piedi lì da sempre gli sarebbe crollato sulla testa. C’è tutto un romanzo che gira attorno a questa domanda, il titolo è “Il ponte di San Luis Rey” e c’è un frate che si consuma per tentare di rispondere, per trovare un senso, perché proprio alcune persone erano sul ponte mentre crollava e altre no? Solo che nel romanzo i morti erano cinque, a Genova sono almeno trentacinque, le auto precipitate per cinquanta metri sono decine e ci sono ancora dispersi. E’ la domanda che riguarda anche il guidatore del camion verde della Basko, una catena di supermercati, il primo degli illesi, che si è fermato con le ruote a pochi passi dall’orlo dove il Morandi non esiste più.

La seconda cosa a cui pensi invece è la Gronda. In questo secondo caso non c’entrano nulla il fato, il destino e le domande metafisiche. E’ un pensiero molto pratico e riguarda il cemento. La Gronda è un progetto autostradale enorme di cui a Genova si parla da decenni e che prevede tra le altre cose il superamento di ponte Morandi, quello crollato ieri. La Gronda è il collegamento che una volta costruito permetterà – permetterebbe, perché non c’è mai nulla di certo – di alleggerire il traffico congestionato di quattro autostrade, la A10, la A26, la A12 e la A7 che oggi confluiscono alle spalle della città. A furia di parlarne s’era arrivati a diverse alternative. In una il ponte Morandi restava, con gli opportuni rabberciamenti, e sarebbe servito soltanto per il traffico locale e poco impegnativo, a mo’ di tangenziale – con quella stazza che faceva dire ai genovesi più vecchi “ecco il ponte di Brooklyn”. In un’altra era demolito completamente perché tenerlo in piedi era una lotta senza senso, gli avvertimenti erano già stati espliciti. Ecco cosa diceva il presidente della Confindustria genovese, Giovanni Calvini, nel 2012: “Quando tra dieci anni il ponte Morandi crollerà e tutti dovremo stare in coda nel traffico per delle ore ci ricorderemo il nome di chi adesso ha detto no alla Gronda”. La costruzione del 1967 che in teoria doveva durare cento anni dall’inaugurazione è venuta giù in cinquantuno, anche prima di quanto si temesse.

In tutti i piani alternativi il traffico autostradale era spostato su un’altra infrastruttura, la Gronda appunto. Ma il progetto s’era piantato per un bel po’ di tempo. In un paese che ragiona per categorie predefinite e parla in una lingua diffidente da cui non si può più scappare, dove ogni infrastruttura uguale mangiatoia, avversari politici uguale idioti, progetto uguale corruzione – e questo già prima dei Cinque stelle, ma i Cinque stelle ne hanno fatto un’arte – gli annunci dei lavori erano stati come il campanello per i cani di Pavlov. Il fronte degli oppositori era sceso in guerra. Viene da pensare che sia un miracolo che negli anni Sessanta i governi siano riusciti a costruire e completare le autostrade e a portare così il paese fuori dall’èra delle strade statali. Le infrastrutture le capisci soltanto quando non ci sono più.

 

di Daniele Raineri

Fonte Il Foglio

Roma, 16 agosto 2018

 

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