Giusto criticare i magistrati. Parola di giudice. CASO FERRARA- DI MATTEO

«Legittime le critiche ai magistrati» . Parola di giudice.

Non esiste un’immunità rispetto alle critiche, per i magistrati. È questa la motivazione con cui il giudice di Milano Maria

Teresa Guadagnino ha assolto Giuliano Ferrara dall’accusa di aver diffamato il pm Nino Di Matteo.

Sembra niente. Sembra una normale sentenza. E in effetti all’atto di pronunciarla, lo scorso 12 dicembre, il giudice monocratico del Tribunale di Milano Maria Teresa Guadagnino non aveva fatto scalpore. Ma a leggere le motivazioni cambia tutto. La sentenza introduce, o meglio ripristina, un principio tacitamente soppresso negli ultimi anni: il «diritto di critica giudiziaria», come lo definisce la magistrata. Si tratta del processo per “diffamazione aggravata” innescato da una denuncia del pm di Palermo Nino Di Matteo nei confronti del fondatore del Foglio Giuliano Ferrara. Il quale, in un editoriale pubblicato il 22 gennaio 2014, aveva espresso valutazioni molto severe nei confronti del sostituto di Palermo.

Nel suo mirino, è ovvio, la madre di tutti i processi infiniti, ovvero l’inchiesta sulla cosiddetta trattativa Stato- mafia. Secondo Ferrara «traballante» e poco seria. Critiche certo inasprite da altri aspetti segnalati nell’articolo, come la «spaventosa messa in scena» dei colloqui tra Totò Riina e il suo compagno d’ora d’aria nel carcere di Opera, Alberto Lorusso. Di Matteo ritenne che l’invettiva scagliata da Ferrara sull’indagine fosse intollerabile. A maggior ragione in quanto connessa alle “clamorose rivelazioni” del capo dei capi, secondo il giornalista architettate da «qualche settore d’apparato dello Stato italiano» per «mostrificare il presidente della Repubblica, calunniare Berlusconi e monumentalizzare Di Matteo e il suo traballante processo». Ma per la giudice il fatto addebitato al fondatore del Foglio «non costituisce reato» perché, come si legge nelle motivazioni, «è assolutamente lecito che un giornalista esprima la propria opinione in merito a un processo così rilevante, anche sotto il profilo politico, criticando metodi utilizzati e/ o risultati ottenuti dai magistrati». In tal senso, secondo la magistrata milanese, «non appa- re censurabile il riferimento, nell’ultima parte dell’articolo, al ‘ rito palermitano’ e alla ritenuta mancanza di serietà delle inchieste giudiziarie».

È il concetto di magistrato criticabile al pari del politico, che fa breccia. Anche perché negli ultimi mesi, di attacchi anche violenti, nei confronti di altri giudici, si erano pure visti: ma solo nei casi in cui avevano adottato provvedimenti garantisti. Un esempio su tutti: il gip di Reggio Emilia GiovanniGhini, contro il quale erano state organizzatepersino manifestazioni di piazza, per un’ordinanzameno restrittiva rispetto alla custodia in carcere

invocata dalla Procura. Adesso, grazie alla dottoressa Guadagnino, scopriamo che si possono criticare pure i magistrtati che teorizzano ignobili accordi e vergognose compromissioni.

L’editoriale al centro del processo era intitolato “Riina, lo Stato come agente provocatore. Subito un’inchiesta”. Ebbene, secondo la giudice, «è evidente che la libertà, riconosciuta dall’articolo 21 della Costituzione e dall’articolo 10 della Cedu, di manifestazione del pensiero e di formulazione di critica nei confronti di chi esercita funzioni pubbliche comprenda il diritto di critica giudiziaria ossia l’espressione di dissenso, anche aspro e veemente, nei confronti dell’operato dei magistrati i quali, in quanto tali, non godono di alcuna immunità, nonché degli atti da costoro compiuti». Diritto di critica. Giudiziaria. Una categoria declassata al rango di sacrilegio. E invece, si legge nelle motivazioni depositate dalla giudice della IV sezione penale di Milano, «il giornalismo scomodo e polemico di Ferrara, certamente non privo di espressioni allusive e iperboliche e di espedienti retorici, non persegue l’obiettivo di ledere l’onore e la reputazione della persona offesa ma solo quello di disapprovare alcuni fatti e comportamenti connessi al processo che ancora si sta svolgendo davanti alla Corte d’assise di Palermo». Legittimo.

Sembra niente. E invece è una mezza rivoluzione.

di ERRICO NOVI

Fonte Il Dubbio

Roma, 13 marzo 2018

 

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