Giustizialisti l’album di famiglia

L’album di famiglia giustizialista: così i giornali hanno inventato la casta.

Panebianco ci ha ammonito sul Corriere a non farci illusioni su un “rapido declino” dei “partiti antisistema”. Secondo lui lo scenariopopulista è frutto di

«una trentennale propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come verminaio». E parla di una sorta di album di famiglia di cui fanno parte i giornalisti.

Angelo Panebianco con la consueta lucidità, e il pessimismo della ragione felicemente contrapposto da Antonio Gramsci nel secolo scorso all’ottimismo della volontà, ci ha appena ammonito sul Corriere della Sera a non farci illusioni su un “rapido declino” dei “partiti antisistema”. Che erano giunti già cinque anni fa sulla soglia del governo, nella diciassettesima legislatura, varcandola in questa diciottesima con l’incarico conferito da Sergio Mattarella all’” avvocato difensore del popolo” Giuseppe Conte. Un popolo, secondo Conte e i due partiti – 5 stelle e Lega suoi sostenitori nel viaggio per Palazzo Chigi, vessato troppo a lungo da caste e quant’altro rappresentate o protette dai partiti avvicendatisi al potere.

La Lega, in verità, è un movimento antisistema atipico, sdoganato poco dopo la sua nascita, in tandem col più vecchio Movimento Sociale, da un Cavaliere – Silvio Berlusconi – riuscito, pur tra alti e bassi, a farne un partito di governo, a livello locale e nazionale. E anche di buon governo, bisogna ammetterlo. Ma nella versione salvinia-na, premiata dagli elettori, il partito che fu di Umberto Bossi è destinato forse a riservare sorprese ancora maggiori di quelle che ha già procurato in questi ultimi tempi, prima e dopo le elezioni politiche del 4 marzo scorso facendo venire i capogiri al vecchio sdoganatore. Secondo Panebianco lo scenario populista e quant’altro nel quale ci stiamo muovendo è il frutto di «una trentennale, martellante propaganda che ha dipinto la politica rappresentativa come un verminaio, il concentrato di tutte le lordure e le brutture, e i suoi esponenti come gente per la quale vale l’inversione della prova: è ciascuno di loro che deve dimostrare di non essere un corrotto».

Cito ancora di Panebianco, condividendolo, «il lavaggio del cervello a cui il “circo mediatico giudiziario” ha sottoposto per decenni tanti italiani» : un lavaggio del cervello che ha funzionato «complice la tradizionale debolezza della cultura liberale», per cui «molti si sono convinti che questo è, a causa della politica, il Paese più corrotto del mondo, o giù di lì, e che bisogna innalzare ( per ora solo metaforicamente, poi si vedrà) la ghigliottina».

Parlare di un trentennio, come ha fatto l’editorialista del Corriere della Sera, significa risalire anche a prima del ciclone giudiziario di “Mani pulite”, che travolse la cosiddetta prima Repubblica e ribaltò i rapporti tra i poteri a vantaggio della magistratura. In effetti, già primadel 1992 la politica aveva cominciato a perdere terreno. Risale addirittura al 1978, l’anno del sequestro e dell’assassinio di Aldo Moro, la sensazione avvertita dall’allora segretario del Pci Enrico Berlinguer, pur di fronte alla sopravvivenzadella legge sul loro finanziamento pubblico al referendum abrogativo promosso da Marco Pannella, che i partiti stessero perdendocredibilità, compreso il suo. E, facendo parte della cosiddetta maggioranza di solidarietà nazionale,pretese come segnale di svolta e di riconciliazione

col pubblico, ottenendole, le dimissioni da presidente della Repubblica di Giovanni Leone, oggetto di una campagna scandalistica poi naufragata nelle aule dei tribunali. Per cui seguirono, ma a distanza di vent’anni, in tempo comunque per cogliere ancora Leone in vita, le scuse di quanti avevano contribuito alla sua sostanziale rimozione dal Quirinale, quando peraltro mancavano solo sei mesi alla scadenza del mandato.

Tuttavia, pur potendo risalire a trenta e persino a 40 anni fa, quanti ne sono trascorsi dalla vicenda Leone, la “martellante propaganda” contro la politica inevitabilmente o generalmente corrotta raggiunse il suo apice mediatico e culturale nel 2007. Fu allora che, anche sull’onda – come ha giustamente ricordato ieri sul Dubbio Angelo Bandinelli prendendo spunto, fra l’altro, da un editoriale di Giovanni Orsina di due anni fa sullaStampa – venne pubblicato e fece testo il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo dal titolo La Casta- Così i politici italiani sono diventati intoccabili. Un libro che in soli sette mesi vendette un milione e duecentomila copie, ristampato più volte e seguito da altri di tipo analogo, degli stessi autori e imitatori.

Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo erano la coppia di punta degli inviati e degli autori di inchieste del Corriere, destinata a separarsi dopo dieci anni, quando Rizzo è passato a Repubblicadiventandone vice direttore. «Ci siamo formati alla loro scuola», si vantò qualche settimana fa una matricola parlamentare dei grillini.

L’appartenenza di Stella e Rizzo al Corriere, due giornalisti – per carità – di indiscussa bravura, ma spesso lasciatisi prendere la mano nella loro campagna contro “la casta”, ha dato un po’ il sapore freudianamente autocritico al titolo assegnato all’editoriale di Panebianco: “Album di famiglia”. Come quello storico dell’altrettanto storico articolo sul manifesto scritto da Rossana Rossanda sui brigatisti rossi che avevano sequestrato Moro sterminandone la scorta e diffondendo il primo dei loro truculenti comunicati o proclami.

Per carità, non facciamo confusione fra giornalisti d’inchiesta e terroristi. Ma quell’” album di famiglia” per altri versi centra un problema reale dell’informazione in Italia e di ciò che, volente o nolente, essa ha quanto meno contribuito a creare di questo cupo scenario che ci avvolge. E che ha fatto saltare tutti gli schemi, tutte le abitudini della politica e dintorni, investendo di una certa confusione persino il Quirinale nella gestione della lunga crisi di governo apertasi con le elezioni del 4 marzo scorso.

L’ARTICOLO DI PANEBIANCO SUL CORRIERE RIPRENDE IL TITOLO DI UN ARTICOLO DI ROSSANDA SUI TERRORISTI.

NESSUNA CONFUSIONE.

MA L’INFORMAZIONE È RESPONSABILE DI QUESTO CLIMA CUPO

di FRANCESCO DAMATO

Fonte Il Dubbio

Roma, 1 giugno 2018

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