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Generazione Guardiola, ecco i nuovi indipendentisti catalani

Il tecnico ex Barça è l’icona dei nuovi secessionisti: non più nazionalisti legati al territorio ma giovani europei aperti al mondo. «Ci ha insegnato che Madrid si può battere»

C’è un grafico che gira per le aule di Scienze politiche: nel giugno del 2006 gli indipendentisti rappresentavano poco più del 15% dei catalani, dal 2013 quasi un elettore su due vuole dire addio alla Spagna. La domanda è quindi tardiva, ma comunque attuale: cos’è successo? Le risposte sono molte, politiche e sociologiche, ma la svolta decisiva verso posizioni antispagnole è stata quella dei nati negli Anni 70 e 80. Se il cuore dell’indipendentismo, almeno di quello elettorale, è fuori dal capoluogo con i suoi elementi tradizionali e rivendicazioni storiche, a rompere l’equilibrio ci ha pensato una generazione aperta al mondo, pienamente europea e spesso con buone possibilità economiche.

«È la generazione Guardiola», spiega Adolf Tobeña uno psichiatra che ha scritto un saggio originale e non accomodante: «La passione secessionista. Psicobiologia dell’indipendentismo». Guardiola, che di anni ne ha ormai 46, è l’archetipo. L’allenatore simbolo delle vittorie del Barcellona (oggi al Manchester City), è l’icona perché «per ottenere il successo sente di non avere bisogno della Spagna». E il discorso calcistico è, ovviamente, solo una parte: «Sono persone nate o cresciute in democrazia (Franco è morto nel 1975, ndr) che, quando la Spagna è entrata in crisi, si è guardata intorno e ha visto che Barcellona era una città che, dalle Olimpiadi in poi, godeva di una fama enorme in tutto il mondo. Un polo di creatività, di design, con le università migliori e la squadra di calcio più forte. Insomma, un catalano ha iniziato a pensare che Madrid si poteva battere spesso e volentieri. E soprattutto non serviva».

«Quando avevo vent’anni – racconta Victor Vicens, 38 anni, medico e imprenditore – gli immigrati erano italiani e argentini. Ora vengono americani e tedeschi, perché è stato creato un sistema che attrae talenti. Barcellona è il centro dell’ecosistema digitale e in questo il legame con Madrid non aiuta affatto». Anche il Barça ha la sua funzione, «soprattutto quando le cose non andavano così bene, la squadra è stata un elemento di coesione per i catalani. Le vittorie dell’epoca del presidente Laporta sono state un esempio: anche noi potevamo fare le cose per bene e da soli».

«Ho sempre saputo che la Catalogna aveva le sue specificità, culturali e politiche – dice Marc Benach, 39 anni, responsabile commerciale di un’impresa di energia rinnovabile -, ma quando ho cominciato a viaggiare per lavoro, ho avuto una percezione netta: la Spagna viene vista come un Paese poco moderno, mentre Barcellona ha l’immagine opposta, aperta e multiculturale».

Ma il senso di distanza da Madrid si comincia ad avvertire anche da chi indipendentista non è mai stato: «Non ho neanche una bandiera a casa – racconta Clara Raich, 40 anni, avvocato in uno studio di consulenza -. Ho sempre votato i socialisti o i verdi, come la mia famiglia del resto. Ho una formazione urbana, non mi sento legata alle tradizioni locali. Ma quando ho visto la polizia spagnola entrare in quella maniera nelle sedi del nostro governo sono andata sulla Rambla a manifestare. Intorno a me ho visto tante persone che uscivano dall’ufficio per dire che quello era troppo. Ho deciso: domenica andrò a votare». Accanto a lei, il marito Claudio Frola, torinese di Leini, annuisce: «Sono qui da 15 anni, quando sono arrivato conoscevo due o tre indipendentisti, ora il centralismo spagnolo fa mobilitare praticamente tutti». Il giornalista David De Montserrat conferma: «Dieci anni fa ero l’unico per l’indipendenza. Restavo seduto con il mio gin tonic e tutti mi spiegavano che era un’utopia».

Le strade restano calde a Barcellona. Tutti aspettano, con una certa ansia, il primo ottobre la data del referendum proibito, che la Generalitat catalana vuole fare a tutti i costi. La Spagna non cambia linea: «Non si voterà» dice il governo. A Barcellona e dintorni arrivano i rinforzi: altri 5-6 mila agenti per impedire la consultazione, benzina su un incendio già vasto. I funzionari finiti in manette mercoledì scorso tornano liberi, ma la Procura generale non molla la presa e apre un’inchiesta per sedizione contro gli organizzatori delle manifestazioni del 20 settembre.

Intanto, tutte le università catalane si mobilitano. Aule occupate e cortei interni: le generazioni anti Madrid iniziano a essere molte.

Fonte La Stampa

di FRANCESCO OLIVO
INVIATO A BARCELLONA, 254 settembre 2017

 

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