Ecco come lo stragista fu premiato con la protezione di Stato

PREMESSA:

Brusca svela il tesoro di Cosa nostra

L’ ex boss ottiene lo status di pentito. Il procuratore Tinebra: ci sta aiutando. Avrà uno stipendio di mezzo milione al mese «Resta in carcere».

Brusca svela il tesoro di Cosa nostra L’ ex boss ottiene lo status di pentito. Il procuratore Tinebra: ci sta aiutando.

DAL NOSTRO INVIATO PALERMO – Sarà difficile spiegarlo ai bambini di Altofonte, ai compagni di scuola di Giuseppe Di Matteo, il piccolo innocente strangolato e sciolto nell’ acido a 13 anni per decisione di Giovanni Brusca, ma il «boia» di Capaci è riuscito a strappare la patente di «pentito», ottenendo persino uno stipendio seppur modesto dello Stato. Pigiò nel ‘ 92 con le sue dita il telecomando per eliminare Giovanni Falcone e ordinò nel ‘ 93 di sopprimere quel bimbo per punire il padre, un pentito. Il passato è quello di un macellaio del crimine, al servizio della «cupola» di Cosa nostra. Ma le ombre che aleggiavano sul giro di boa dato alla sua vita con raffiche di dubbie confessioni si sarebbero diradate del tutto. Lo dicono i procuratori della Repubblica di Caltanissetta, Palermo e Firenze. Lo conferma il capo della Direzione nazionale antimafia, Piero Luigi Vigna. E lo sancisce con un decreto datato 8 marzo la speciale «commissione» del Viminale. Sì, Giovanni Brusca è un pentito. Come da due anni è considerato il fratello Enzo Salvatore, uno dei diretti carnefici del piccolo Giuseppe. E come non è ritenuto invece il terzo fratello, Emanuele, «’ u dutturicchiu», «dottore» per modo di dire, nuovamente arrestato qualche tempo fa. La «famiglia» è quella di San Giuseppe Jato, il paese listato a lutto per la guerra con Balduccio Di Maggio, altro pentito sui generis visto che tornò a scorrazzare in armi mentre era protetto e stipendiato dallo Stato. E Di Maggio, che si giocò così la libertà, è comunque ritornato fuori in questi giorni per «malattia». Il salto da «dichiarante» a «collaboratore» di Giovanni Brusca, ex killer al servizio di Totò Riina adesso stipendiato con 500 mila lire al mese, avvicina la sua uscita dal carcere? Decisa la risposta del procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra, titolare delle inchieste su Capaci e via D’ Amelio, in passato dubbioso sulle «verità» di Brusca: «Deve restare in carcere. Protetto, ma in cella. Come dovrebbero restarci a lungo tutti i pentiti. Oggi la speranza dei pentiti può essere riposta soltanto in una effettiva redenzione che passa attraverso una reale espiazione della pena.

E per ora è bene che Brusca continui a riflettere sulle sue colpe, e a parlare dei patrimoni di Cosa nostra». Ecco il dato che spicca in questa vicenda. Il nuovo pentito sta aiutando i magistrati a recuperare una parte del robusto portafoglio di Cosa nostra, come spiega Tinebra: «E’ cambiato anche il nostro atteggiamento. Un boss per ottenere il riconoscimento di “collaboratore” non solo deve parlare dei suoi misfatti, ma anche dei patrimoni mafiosi». L’ «attendibilità» sottolineata da Vigna e anche dal procuratore di Palermo Piero Grasso crea amarezza grande in una mancata vittima di Capaci come Giuseppe Costanza, l’ autista di Falcone vivo per miracolo, oggi costretto ad un lavoro sgradito in tribunale: «A quanto pare, lo Stato garantisce i pentiti, ma non i cittadini onesti…

Mi auguro soltanto che porti davvero i magistrati a risultati concreti». Lo scetticismo su Brusca è giustificato dal fatto che il boss ora pentito ha provato tante volte a confondere le acque. A cominciare dalla goffa trappola ideata per coinvolgere il presidente della Camera Luciano Violante in un inesistente complotto contro Andreotti. Poi, la svolta. Con i riferimenti al «papello» e alle presunte richieste di Riina transitate, a suo avviso, verso Stato e carabinieri nella discussa trattativa con Vito Ciancimino. Una pagina ancora poco chiara. Come lo era la sua contraddittoria testimonianza su Capaci. Tanto da essere ritenuto un depistatore in primo grado, quando i pm di Caltanissetta Luca Tescaroli e Paolo Giordano chiesero per lui 30 anni di reclusione. Richiesta ridotta in Appello a 20. Prova che le bugie cominciavano a diradarsi. Come infine sarebbe accaduto al terzo dei processi per via D’ Amelio. 

di Cavallaro Felice (11 marzo 2000) – Corriere della Sera

VALUTAZIONI.

Cavallaro, correttamente, quando riferisce delle affermazioni di Brusca in relazione ai carabinieri ed alla trattativa con don Vito, utilizza la formula “a suo avviso”. Infatti Brusca non ha mai saputo nulla dei contatti fra Mori e don Vito per la sua collaborazione, se non leggendo i giornali. Pertanto quando disse che secondo lui si trattava in realtà della trattativa del papello, precisò sempre che quella era una sua mera opinione, un suo commento alla lettura dei giornali, non confortata da alcun elemento concreto.

Quindi in sintesi, Cavallaro riferisce che dopo alcune calunnie pesantemente punite dai magistrati, LA SVOLTA, cioè quello che secondo i PM sarebbe stato l’elemento che provava finalmente la sua volontà di collaborare in buona fede sino a premiarlo, consisteva nell’aver sostenuto dopo aver letto sui giornali che don Vito si era incontrato con Mori, che quella SECONDO UNA SUA OPINIONE, avrebbe potuto essere una trattativa con un papello di cui gli accennò Riina, cenno di cui egli riferì nel settembre 96 . Queste due miserie furono sufficienti a premiare col programma di stato, quel barbaro infanticida, assassino materiale di Giovanni Falcone e stragista.

di Massimo Martini

Roma, 14 agosto 2018

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