Due o tre cose su Andreotti spiegate al Fatto Quotidiano, Pif e Caselli

Sugli incontri con Bontate e sulle condanne dell’ex leader Dc il giornale di Travaglio, il pm e il regista della fiction “La mafia uccide solo d’estate” fanno prevalere la verità “storica” su quella processuale.

Nel 2000 il Fatto Quotidiano era di là dal nascere, Pierfrancesco Dilibertostudiava da autore Mediaset e la lunga e virulenta battaglia dell’antimafia delle gazzette era guidata da Repubblica. La quale non aveva più lacrime da versare, quando Giulio Andreotti fu assolto in primo grado a Palermo anche perché – tra le altre cose – non c’erano prove dei due famosi (fumosi) incontri con Stefano Bontate: “Per i giudici non basta dimostrare, come hanno fatto i pm, che non tutti i viaggi di Andreotti non lasciano tracce. Bisognava invece dimostrare che in quelle due occasioni di incontro con Bontate, Andreotti sia venuto effettivamente a Palermo”, piangeva Rep. Ma tu pensa: bisognava dimostrarlo. Invece “alle parole dei pentiti non sono seguiti riscontri certi” e a Repubblica non restava che titolare amaramente: “Andreotti, l’unica prova certa… è la bugia sui Salvo”.

 

Poi c’è stato il processo d’Appello, che nel maggio 2003 conferma la sentenza di assoluzione per Giulio Andreotti dall’accusa di associazione mafiosa, introducendo però alcune sostanziali modifiche interpretative: tra cui la responsabilità di rapporti organici con la mafia prima del 1980 (l’associazione mafiosa come fattispecie allora non esisteva), reato prescritto. Poi c’è stata la sentenza di Cassazione del 2004, che ha confermato l’assoluzione.

Poi arriva La mafia uccide solo d’estate, il cui Pierfrancesco Diliberto nome in codice Pif addebita iconicamente (dunque icasticamente) l’omicidio di Piersanti Mattarella ad Anderotti, e un articolo del Fatto di questa mattina, 13 maggio, in cui si scrive testualmente e senza ritegno che Andreotti è stato “condannato in Corte d’Appello e in Cassazione”. Non è una fake news, è una menzogna.

 

Alla base di questo rigurgito domenicale dell’antimafiosità militante c’è una rubrichina del Foglio in cui si è stigmatizzato il fatto che, nella fiction Rai, Pif dica, senza dubitativi, che Andreotti incontrò Bontate. Inoltre (nella rubrica di sabato non si aveva avuto modo di segnarlo) gli sceneggiatori di Pif fanno seguire alla sequenza che ricostruisce l’omicidio Mattarella l’immagine di una sagoma di Andreotti, di spalle e di tre quarti, in penombra, la gobba e gli occhiali – molta fantasia eh, un corso di regia a Netflix, mai? – che per lo spettatore significa, secondo la legge dei cani di Pavlov che dovrebbe essere nota persino a Pif, che Andreotti fu il mandante dell’omicidio. Peccato che Andreotti non fu condannato come mandante dell’omicidio di Piersanti Mattarella. E’ normale che una fiction trasmessa da servizio pubblico lo suggerisca, anzi affermi (Pavlov) impunemente? In più, c’è anche l’ex procuratore di Palermo Giancarlo Caselli che nella stessa pagina del quotidiano di Travaglio, o forse è di Pif, non sapremmo dire, rincara la dose contro il Foglio.

 

di Maurizio Crippa

Fonte Il Foglio

Roma, 14 maggio 2018

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