Architettura penitenziaria e partite di calcetto: inutili allarmismi per inesistenti allusioni

L’amico architetto Cesare Burdese, mai chiamato in questione nella mia intervista e ignorato nei miei precedenti articoli, ha richiesto alla Redazione che venissero pubblicati tutti i suoi interessi in materia di architettura penitenziaria, confidando nell’attenzione dei lettori nel leggere il suo curriculum.

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Per quanto riguarda le supposte allusioni che, secondo l’illustre professionista, avrei espresso all’intervistatore ritengo di non dover rettificare alcunché, nella certezza che le procedure del “calcetto”, a cui erroneamente si alluderebbe, non riguardano la persona dell’architetto, né altre in modo particolare.

Semmai le mie affermazioni sono segnatamente da riferire al pronunciato del ministro Poletti ed al criticabile costume di una parte della burocrazia italiana, che troppo spesso privilegia sistemi di relazioni ed amicizie rispetto agli effettivi meriti. Quanto poi alla valutazione delle personali esperienze non è questo né il luogo, né l’interesse della rubrica, approfondire e confrontare. Meno che mai la certificazione curriculare quale prova “muscolare” delle diverse capacità professionali.

Certo è che laddove possono essere affidati importanti incarichi professionali da parte della PA, i migliori strumenti di trasparenza quando passanti per i concorsi pubblici sono o dovrebbero diventare il luogo più idoneo e chiaro per non dare adito a sospetti, recriminazioni, amarezze, di chi nonostante i titoli, oggi, risulti escluso. In proposito il dubbio aumenta in presenza di consulenze quando vengono affidate a titolo gratuito. Ciò che non si paga non vale e se vale allora deve essere opportunamente pagato: “tertium non datur”.

In Italia oggi ci si può lamentare di tutto, per diversi motivi che possono intervenire prima, durante e dopo, nel relativo tempo della nostra esistenza. Per esempio l’apparire e non apparire ma in altro modo esserci, pubblicare e non pubblicare articoli e libri. Ci si può irritare anche per le varie quanto odiose tipologie di “conventio ad escludendum”: procedure odiose che naturalmente che possono capitare a tutti. Me compreso.

Una riflessione aggiuntiva, storica e di carattere generale comunque è d’obbligo.

Mi risulta che prima del contestato disegno messo a gara in questi giorni per Nola, al tempo del Commissario straordinario Angelo Sinesio, fosse stato redatto un altro progetto soprannominato dai più critici addetti ai lavori a schema di “farfalla”. Schema ben lontano dai principi di un corretto modo di concepire l’architettura penitenziaria. Sarebbe interessante capire per quale motivo, all’epoca, non si sia verificata alcuna pubblica critica, né una vigorosa e pubblica protesta in difesa dei principi di un modo diverso di concepire l’architettura penitenziaria.

Inspiegabilmente assistiamo oggi che si è ritenuto utile invece scomodare l’università, promuovere convegni e manifestazioni per criticare il progetto messo a gara per Nola, comunque di molto migliore rispetto alla “farfalla”. E’ comunque evidente che nel corso del tempo il leggere libri aumenta motivazioni e più acute sensibilità culturali, sensibilizza a visioni sistemiche più aperte aprendo a scenari talvolta nascosti ai più. Fermo rimane un fatto: scrivere testi e corposi manuali, soprattutto a futura memoria, è cosa che riteniamo essere giusta per l’allargamento dell’orizzonte professionale.

Soprattutto in Italia.

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Roma, 15 aprile 2017

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